giovedì 19 aprile 2018
mercoledì 30 maggio 2012
Trasparenze governative
Roma - Il rapporto sulla trasparenza pubblicato da Google è un documento che vale la pena leggere. Si tratta di un report aggiornato ogni 6 mesi sullo stato delle richieste di rimozioni di contenuti che Google riceve dai detentori del copyright (o da società che li rappresentano) e dalla autorità nazionali, nel quale le richieste vengono organizzate per tipologia, numero e nazione. Il documento serve intanto a Google per raccontare la complessità del proprio lavoro a cavallo fra legislazioni differenti, regimi autoritari ed estremisti della proprietà intellettuale, e serve a noi per avere il polso degli appetiti censori che attraversano il mondo, oltre che per rendersi conto di quanto grandi e complessi siano i temi della gestione dei diritti in rete.
Scopriamo così che nei primi sei mesi del 2011 il Ministero dell'Informazione thailandese ha chiesto la rimozione da Youtube di 225 video ritenuti offensivi nei confronti della monarchia, e che il suo collega turco ha intimato che fossero rimossi 269 fra video e blog che esponevano dati personali di autorità politiche. In entrambi i casi Google ha deciso per una soluzione intermedia, oscurando molti di questi contenuti agli utenti dei paesi di provenienza, lasciandoli invece disponibili nel resto del mondo (e nel frattempo la Turchia ha oscurato parzialmente l'accesso a Blogger dopo aver per molto tempo reso inaccessibile Youtube in tutto il paese).
La maggioranza delle richieste di rimozione avvengono su richiesta dei detentori del copyright su materiale audio-video indicizzato da Google o caricato sulla propria piattaforma che, a loro volta, si affidano a società specializzate nel trovare in Rete i contenuti pirata e segnalarli per la rimozione. La parte del leone la fa Microsoft per cui conto sono state inviate a Google circa la metà delle richieste complessive di rimozione: se la cavano abbastanza, in quanto a numero di ricorsi intentati, anche alcune case di produzione di materiale pornografico come Elegant Angel, che nei primi 6 mesi del 2011 ha spedito a Google un numero di richieste di rimozione di materiale sotto proprio copyright superiore a quelle della Associazione dei discografici americani RIAA.
Ma se il tema della pirateria di contenuti sotto copyright è importante, quella della trasparenza sulle richieste che giungono dalle autorità dei vari paesi è fondamentale per capire l'attitudine censoria dei governi e della magistratura nei confronti dei contenuti in Rete. Per questa ragione il Trasparency Report è un documento che serve a Google ma serve ancora di più a tutti noi, tanto che forse dovrebbe diventare una pratica più ampiamente adottata dai gestori di piattaforma di contenuti in Rete e anche, perché no, da quei governi che ormai a cadenza giornaliera riaffermano la propria adesione convinta all'etica degli open data.
Per esempio, perché mai le autorità italiane che con cadenza mensile aggiornano una blacklist dei siti web che i cittadini della penisola non possono raggiungere per le più svariate ragioni non hanno l'obbligo di rendere pubbliche e tracciare simili decisioni? Dentro la blacklist governativa che viene comunicata agli ISP perché pedissequamente la applichino (a differenza di Google che mantiene un minimo controllo ideologico sulle decisioni prese) c'è un po' di tutto, dai link a siti pedopornografici a tracker torrent, da siti di e-commerce che vendono sigarette a casino on line non in regola con l'autorizzazione dei Monopoli di Stato. Ma non solo, nelle maglie di questa lista finiscono spesso siti web sottoposti all'attenzione di magistrati molto solerti e talvolta anche vere e proprie censure preventive e a largo spettro, la cui eco raggiunge i media con grande difficoltà. Di tutta questa sotterranea attività di controllo non esiste alcuna documentazione pubblica (Wikileaks tempo fa pubblicò una di queste liste riferita al 2009), nemmeno qualcosa che disegni una tendenza numerica o la ratio di certe scelte che riguardano spesso diritti fondamentali di 60 milioni di italiani.
Copiare il Rapporto di Trasparenza di Google insomma si può e si dovrebbe, perché sarebbe utile che Internet, per quanto è possibile, continuasse a girare il più possibile alla larga dalle pastoie dei troppi poteri che fino a ieri hanno condizionato il nostro accesso alle informazioni. In una ipotetica scala di valori la messa oline dei redditi dei componenti del governo (magari alle spalle di un robots.txt che non la renda eccessivamente ampia, che tante discussioni ed articoli di stampa ha generato, è molto meno importante di un semplice documento nel quale si spieghino modalità e ragioni per le quali il sito Web tal dei tali è stato reso inaccessibile alla nostra visione. La prima vittima di Internet, si sa, è il paternalismo.
giovedì 26 aprile 2012
Intesa in materia di privacy tra sei grandi aziende
È stato raggiunto tra Amazon, Apple, Google, HP, Microsoft e RIM: gli utenti dovranno essere informati su come le app accedono ed eventualmente utilizzano i dati personali sui loro device.
È un accordo importante, dopo le polemiche dei giorni scorsi, quello raggiunto e sottoscritto nella giornata di ieri e che vede protagonisti sei tra i maggiori player del mondo dell'elettronica di consumo.
Amazon, Apple, Google, HP, Microsoft e RIM si sono impegnate a garantire un maggior rispetto della privacy e dei dati personali dei loro utenti.
Con questo obiettivo, le sei aziende, includendo nell'impegno anche i loro sviluppatori, comunicheranno in modo esplicito ai loro utenti in quale modo le applicazioni che stanno per scaricare accederanno ed eventualmente utilizzeranno i loro dati personali.
La decisione arriva dopo due settimane piuttosto calde per tutte le tematiche legate alla privacy, con pressoché tutti i principali player del mondo mobile coinvolti in indagini, analisi e polemiche.
Addirittura nei confronti di Google ci sono state azioni sia da parte dei legislatori statunitensi, sia da parte delle autorità della UE, tutte volte ad accertare se le nuove norme sulla privacy recentemente introdotte siano davvero efficaci e garantiste nei confronti degli utenti finali (vedere, ad esempio, questo nostro articolo).
Di fatto, al di là dei casi specifici, attualmente 22 delle 30 app più scaricate non hanno informazioni sulla privacy e addirittura alcune di esse hanno accesso alla rubrica dell'utente.
Dopo questo primo passo, legato alla stipula dell'accordo comune, le sei aziende dovranno entro sei mesi trovare una forma di compliance che abbracci anche i loro sviluppatori. Del resto, la posizione dei legali della California, davanti ai quali l'accordo è stato raggiunto, è chiara: sempre più spesso verranno perseguiti i comportamenti scorretti o inottemperanti alle regole di rispetto della privacy. Più che un atto di buona volontà, un obbligo.
Il fondatore di Pirate Bay e la mafia del copyright
Peter Sunde, fondatore ed ex-portavoce di The Pirate Bay, ha scritto un articolo per TorrentFreak in cui cerca di fare luce su che cosa ci sia davvero dietro la lotta alla pirateria.
Lo riportiamo integralmente nella nostra traduzione.
Due giorni fa ho letto la notizia secondo la quale The Pirate Bay sarà probabilmente bloccata nel Regno Unito. È stato deciso dalla Corte Superma, il che è divertente perché uno non si aspetta che un caso venga presentato per la prima volta proprio lì. Sembra che qualcuno abbia voluto risolvere le cose in fretta, il che basta per dar vita a domande e preoccupazioni.
Come molti di voi sapranno, una volta ero il portavoce di The Pirate Bay.
Ho lasciato il sito qualche anno fa per continuare a lavorare su Flattr e altri progetti, ma sono interessato come lo sono sempre stato alle questioni che riguardano il copyright, Internet e la censura. Continuo a seguire questi argomenti e tengo d'occhio le notizie.
Dopo aver dato una scorsa alla decisione della Corte Suprema circa il blocco di Pirate Bay nel Regno Unito, sono stato attirato dalle tattiche dell'accusa. Sembrano sapere chi gestisce il sito, ma per qualche motivo hanno deciso di non includere queste persone nel contenzioso.
Hanno messo insieme una lista di motivi, per lo più sproloqui, a proposito di quanto sia difficile trovare le persone dietro al sito. Ma lo è davvero?
Affermano ancora che io e due vecchi amici restiamo come amministratori, insieme al vecchio padrone dell'ISP che TPB aveva nel 2005. Tuttavia, hanno deciso di non includerci. (Nessuno di noi è davvero un amministratore, cosa che probabilmente sanno. In realtà, una delle persone incluse nella lista potrebbe anche non essere più in vita, sono secoli che non riusciamo a raggiungerlo).
Chi ci accusa dice di sapere quale azienda è proprietaria di TPB, ma ha deciso di non includerla nella denuncia. Chiunque abbia mai dato vita a una società sa che deve indicare un indirizzo, quindi non è poi così difficile trovare un rappresentante dell'azienda. Indirizzi e roba del genere sono sempre informazioni pubbliche.
Dunque, perché non sono inclusi? C'è una ragione più profonda che sta alla base di tutto ciò? Certo che c'è. Il loro interesse principale non è fermare TPB. Sono interessati ad adossare la responsabilità all'industria delle telecomunicazioni.Gli ISP di solito sono grandi corporation, l'industria delle telco
è, in realtà, molto più grande di qualsiasi azienda di intrattenimento.
Operano su scala globale con miliardi di utenti. Ciò significa che
hanno anche un sacco di soldi e un sacco di potenziali clienti per
l'industria dell'intrattenimento. Se le telco potessero essere indicate
come colpevoli per qualche tipo di reato, e se si dovesse sottoporre
Internet a un regime di polizia, ci sarebbero soltanto due modi
possibili per farlo.
Uno sarebbe chiudere per sempre l'attività, dato che nessuno può essere
certo che niente di illegale attraversi la propria rete. La seconda
opzione consiste nello stringere un accordo con l'industria
dell'intrattenimento.
Proprio come qualsiasi altra mafia, l'industria dell'intrattanimento
vuole i soldi del pizzo. Per evitare le cause legali, le telco dovranno
pagare. O obbligandoli a rivendere un servizio controllato
dall'industria dell'intrattenimento (come Spotify) o imponendo loro un canone mensile per ogni connessione.
La case discografiche hanno già provato a chiedere 10 dollari al mese
per ogni connessione a Internet. Ma gli altri produttori? A loro, in
realtà, non interessa questa domanda. Pornografia, film, blogger, motori
di ricerca sono tutti più grandi della musica in Internet. Quanto
saremo obbligati a pagarli?
Qualche anno fa un ISP irlandese chiamato Eircom bloccò l'accesso a TPB
da parte dei propri utenti. È stato un accordo extragiudiziale di cui
nessuno conosce i dettagli. O Eircom è stato pagato, o Eircom ha pagato.
È pura censura: Eircom ha venduto gli interessi e i diritti dei propri
utenti senza che una corte l'abbia ordinato. Per fortuna, altri ISP si
sono rifiutati di fare altrettanto.
L'industria discografica vuole davvero un caso decisivo per poter
andare a chiedere soldi dall'industria delle telecomunicazioni. Se fanno
causa a TPB non possono obbligare le telco a pagare il pizzo. Non si
tratta di salvare gli artisti: si tratta di controllare il flusso di
denaro e possedere i diritti, cosicché artisti e utenti non vadano da
nessun'altra parte.
È un'industria corrotta che va fermata!
domenica 8 aprile 2012
Il DRM non paga: l'esperimento di Louis C.K.
Successo di vendite per lo spettacolo messo in vendita via Internet senza protezioni e a prezzi bassi.
[ZEUS News - www.zeusnews.it - 17-12-2011]
È servito l'esperimento di un comico per dimostrare che proteggere le opere con le tecnologie DRM non solo è inutile, ma è addirittura peggio che lasciarle liberamente copiabili.
Il personaggio in questione è Louis C.K., il quale ha ben chiara l'utilità degli introiti prodotti dal proprio lavoro: «ogni nuova generazione di materiale che creo rappresenta le mie entrate, è come il raccolto annuale per un contadino».
Ha registrato diverse proprie esibizioni, in cui presentava materiale inedito, spendendo nel processo 170.000 dollari.
Poi ne ha spesi altri 32.000 per mettere insieme un sistema di distribuzione del materiale registrato e raccolto in un filmato al quale non ha apposto alcuna protezione anticopia, vendendo il file a 5 dollari (da versare tramite PayPal). L'articolo continua qui sotto.
Con questo sistema ha venduto 50.000 copie nelle prime 12 ore e incassato quindi 250.000 dollari, coprendo abbondantemente i costi di produzione.
Attualmente è arrivato ad aver incassato oltre 500.000 dollari, dai quali bisogna togliere la quota per PayPal, il che gli lascia un guadagno di circa 200.000 dollari («meno le tasse fanno 75,78 dollari», come scherza sul proprio sito).
«È meno di quanto avrei avuto da una grande società per lasciarle vendere lo show, ma in quel caso l'avreste pagato 20 dollari a copia. Vi avrebbero dato un video crittografato e con le limitazioni regionali, e avrebbero posseduto informazioni private su di voi, per i loro scopi» spiega Louis C.K.
«Spero davvero che la gente continui a comprarlo» - afferma ancora il comico - «così potrò avere una montagna di soldi, ma a questo punto penso che possiamo dire con certezza che l'esperimento è andato bene».
mercoledì 2 novembre 2011
Amazon bypassa gli editori
Amazon sta cercando di gettare via il modello tradizionale di editoria e sta per eliminare molta "morchia" dal proprio sito, mettendo in crisi gli editori tradizionali. Quest'autunno, Amazon pubblicherà 122 libri in formati fisici e digitali, ottenuti direttamente dagli autori.
Cos'è che rende questa passo così sconvolgente?
Il fatto che in molti casi saranno bypassati i modelli tradizionali di editoria e si andrà ad un contatto diretto con agli autori. Amazon sta puntanto il dito contro le case editrici, e decide di interloquire direttamente con gli autori, senza bisogno di intermediari di alcun tipo.
Il portale di vendite online, si sobbarcherà quindi tutto il lavoro di accessorio, compreso l'editing, l'impaginazione e tutto il resto, estromettendo di fatto gli editori classici, che sino ad ora l'hanno fatta da padrone. Un grande passo per un sito al suo attivo la vendita di beni (quali ad esempio libri e DVD) a milioni di persone in tutto il mondo.
Nulla invece è trapelato su come verranno divisi i profitti ma in questo momento , quello che mette il tutto a soqquadro, è che centinaia di editori stanno andando fuori di testa.
Immaginate cosa accadrebbe se i musicisti facessero lo stesso, in modo analogo al modello che Amazon sta spingendo con gli autori cartacei. Cosa potrebbe succedere se iTunes, Zune, e altri decidessero di bypassare di colpo le etichette discografiche?
Certo, la musica e la stampa sono due cose totalmente differenti, ma a guardar bene, entrambe dipendono da un intermediario per poter offrire il proprio prodotto al pubblico.
Staremo a vedere se anche altri decideranno di seguire il loro esempio.
lunedì 31 ottobre 2011
Il signoraggio digitale nell'era del cloud computing
Le informazioni sono preziose almeno quanto il denaro: chi le gestisce ottiene un potere pari a quello delle banche.
[ZEUS News - www.zeusnews.com - 12-10-2011]
Signoraggio digitale cloud computing
Foto via Fotolia
Abbiamo già in passato trattato del cloud computing, ma mai era venuto in mente di accostarlo al sistema bancario.
Naturalmente ci si potrebbe chiedere che cosa possa accomunare l'attuale sistema economico bancario al fenomeno del cloud computing oggi molto in voga.
Sul sito della Banca d'Italia si definisce "signoraggio" l'insieme dei redditi derivanti dall'emissione di moneta. In pratica è «il reddito ottenuto dalle Banche Centrali Nazionali nell'esercizio delle funzioni di politica monetaria».
Approfondendo l'argomento, si notano diverse assonanze con il cloud computing.
L'elemento di partenza dell'attuale sistema economico è il flusso monetario; in perfetta analogia, l'elemento alla base del cloud è l'informazione.
Al tempo in cui le banche non esistevano, ognuno possedeva una certa quantità di moneta, spesso coniata con metalli preziosi. Allo stesso modo, quando non esisteva Internet ognuno di noi possedeva una certa quantità di informazione digitale.
Ci fu dunque un tempo in cui esisteva la moneta ma non esistevano le banche; l'informazione, dal canto proprio, era prima distribuita sui molteplici utenti e sui loro PC.
In sostanza le banche potevano, almeno in passato, essere considerate contenitori di valori il cui corrispettivo era convertito in moneta: ciò era un notevole vantaggio per chi possedeva metalli preziosi, la cui conservazione e custodia rappresentavano enormi difficoltà pratiche a causa del suo considerevole peso specifico e dalla costante minaccia dei briganti.
Tale situazione spinse la maggior parte dei soggetti benestanti a depositare le proprie monete presso gli orafi, i quali disponevano delle casseforti più sicure delle città. Gli orafi, a loro volta, emettevano delle comode ricevute cartacee a garanzia del deposito effettuato, ricevute che potevano essere negoziate dal titolare al posto delle ingombranti monete.
Se da un lato vi è un rischio nel detenere metalli preziosi, dall'altro - in una società sempre più informatizzata - vi è un rischio di perdita dei dati se non ne viene effettuato il backup.
Ciò ha portato molti utenti e aziende ad affacciarsi al mondo del cloud computing al fine di diminuire l'impatto tecnico e tecnologico e usufruire di hardware (come lo spazio di memorizzazione) non accessibile altrimenti.
Le società che si occupano di cloud computing, poi, distribuiscono credenziali che snelliscono ed elevano il livello di qualità a basso costo.
Da questa analogia nasce l'assioma per cui, se il fallimento di una banca comporta il fallimento di un microsistema economico (evento di certo nefasto), un futuro fallimento che coinvolga una multinazionale di servizi cloud potrebbe portare ad un collasso di servizi su più fronti.
Fermo restando questo rischio, di certo il cloud, essendo in via di sviluppo, può ancora reinventarsi e prevenire così quelle che oggi sono le carenze e le fragilità dell'attuale sistema del credito. Ma occorre far presto.