mercoledì 31 gennaio 2007
Esce Vista, che fare?
Se siete maniaci della novità a tutti i costi e vi va di scucire da 99 euro (versione Basic Upgrade studenti) fino a 600 euro (versione Ultimate), accomodatevi; ma prima assicuratevi che il vostro computer regga il peso e i requisiti di Vista, usando il test di Microsoft. I risultati, anche su macchine molto brillanti, possono portare sorprese, come racconta The Register. Non è questione di pura potenza.
Il vero problema di Vista è che è infarcito di lucchetti digitali: se non avete il monitor giusto, la stampante giusta e tutti i componenti multimediali benedetti da Hollywood e dai discografici, Vista vi impedirà di vedere e ascoltare certi prodotti legittimamente acquistati. Uno stream video in alta definizione, per esempio, verrà degradato e mostrato a bassa risoluzione, se Vista (e l'emittente) decide che non si fida del vostro hardware (HDMI, HDCP), anche se siete utenti legittimi dello stream; idem per l'audio. Questo è il trusted computing tanto preannunciato: altro che "informatica di cui fidarsi", questa è informatica che non si fida dell'utente. Ecco perché nascono siti come DefectiveByDesign.org che fanno campagne contro questi lucchetti, come Bad Vista (nella foto).
E poi c'è la menata dei controlli antipirateria, che arrivano al punto di paranoia che se avete la versione Upgrade e per qualsiasi motivo vi tocca reinstallare, dovete prima installare XP e poi Vista. Un bel macello, se si considera che a titolo di confronto, né Mac OS X né Linux hanno questo genere di limitazioni.
Se volete restare fedeli a XP, magari perché avete programmi o hardware incompatibili con Vista, potete continuare a farlo fino al 2014, data in cui Microsoft cesserà totalmente il supporto a XP (e tanto il mondo finisce nel 2012, secondo i Maya). Se avete un computer nuovo sul quale trovate preinstallato Vista ma volete mettere XP (che girerà velocissimo sui computer capaci di far andare Vista), potete fare un downgrade legale, ma soltanto a patto di avere una licenza Open o Select oppure (per Vista OEM) una licenza di Vista Business o Ultimate, secondo i dati Microsoft.
Ma se fossi in voi, coglierei l'occasione per dire basta ai soprusi, alle imposizioni, alla corsa all'hardware e ai lucchetti inutili e cambiare una volta per tutte.
(fonte: Attivissimo.net)
Attivissimo a Pordenone il due febbraio
Se siete da quelle parti, fate un salto, così ci salutiamo.
(fonte: Attivissimo.net)
TomTom, navigatori con virus in omaggio
(fonte: Attivissimo.net)
venerdì 26 gennaio 2007
iTunes rischia di diventare illegale in Norvegia
Il vento freddo del nord soffia sulla schiena di Apple. Il negozio iTunes, leader nel mercato della musica online, è stato giudicato illegale dall’ombudsman norvegese, una sorta di garante istituzionale per i diritti dei consumatori. Bersaglio dell’ombudsman è il sistema di protezione Fairplay, che impedisce alle canzoni acquistate su iTunes di essere ascoltare su lettori portatili diversi dall’iPod (anch’esso prodotto dalla Apple). Se non vorrà incorrere in sanzioni che potrebbero anche includere la chiusura del negozio, Apple dovrà “aprire” le sue canzoni entro la fine di settembre.
(fonte: La Stampa)
Norvegia: illegale il DRM di Apple
Decisione storica del garante dei consumatori: le restrizioni sui brani acquistati su iTunes violano le leggi norvegesi, e Apple deve cambiar strada. Dovrà abbandonare il DRM, cambiarlo o finire sotto processo
(fonte: punto informatico)
mercoledì 24 gennaio 2007
Il download è legale o no?
Hanno esultato con troppo anticipo gli aficionados del P2P illegale.
Indotti all'errore dai titoli grossolani di alcuni quotidiani italiani, decine di migliaia di downloader abusivi italiani hanno ritenuto che la sentenza della Corte di cassazione (n. 149/07) sul caso di due studenti del Politecnico di Torino accusati di violazione della legge sul copyright desse di fatto il via libera alla totale depenalizzazione dell'interscambio online di mp3, film, software crackati, protetti da copyright. Le cose stanno davvero così?
(fonte: Panorama)
Dopo Cassazione per esperti scaricare file protetti resta reato
MILANO (Reuters) - La sentenza con la quale la settimana scorsa la Terza sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di due studenti torinesi, stabilendo che nel loro caso l'aver creato un network per lo scambio di file di musica, video e videogiochi, per la quale erano stati condannati, non era reato perché realizzata non a fini di lucro, ha provocato commenti entusiasti ed increduli tra gli appassionati del file sharing.
Ma gli esperti interpellati da Reuters concordano sul fatto che la sentenza, su un caso avvenuto prima dell'entrata in vigore dell'attuale normativa, non costituirà un precedente. E scaricare file protetti rimanga un reato ed un illecito.
"Non emerge dall'accertamento di merito la finalità lucrativa cui sarebbe stata destinata la detenzione e, tanto meno, un eventuale fine di commercio della stessa", si legge nella sentenza della Cassazione, espressasi sul caso dei due studenti, accusati di aver duplicato ed immagazzinato in un server giochi, video cd e film messi a disposizione per lo scambio e condannati in appello ad una pena detentiva convertita in ammenda.
(fonte: Reuters)martedì 23 gennaio 2007
«Scaricare file non è reato se non c’è lucro»
«Scaricare file non è reato se non c’è lucro»
di Redazione - domenica 21 gennaio 2007, 07:00Scaricare da internet film, musica o programmi tutelati dal diritto d'autore non è reato se non implica alcun guadagno economico. Lo ha stabilito la Terza Sezione della Corte di Cassazione che, attraverso il pronunciamento 149/07, ha di fatto sancito la non punibilità di due ragazzi torinesi precedentemente condannati per aver scaricato, immagazzinato e scambiato file multimediali attraverso internet. Una sentenza dalla linea morbida che ha invece giudicato il fatto dal punto di vista del «profitto personale»: non sussistendo lucro (che implica un ritorno economico), quindi, i giudici non hanno ritenuto il fatto di rilevanza penale.
(fonte: Il Giornale)«Musica online, lecito scaricarla se non c' è lucro»
La decisione dei giudici presieduti da Vitalone anche su film e programmi online.
La Federazione dell' industria musicale: non cambia nulla
(Fonte: Il Corriere della Sera (http://www.corriere.it))
Non è reato scaricare film da internet se non c'è lucro
(fonte: Yahoo News)
lunedì 22 gennaio 2007
La svolta dei prezzi di Skype: che accade nel VoIP?
Mossa annunciata da settimane e adesso diventata realtà.
A prima vista, una delusione: Skype ha aggiunto uno scatto alla risposta su tutte le chiamate SkypeOut, pari a 4,5 cent Iva inclusa, senza cambiare la tariffa Global Rate, quella con cui si chiamano le principali destinazioni del mondo.
(fonte: Leonardo)
Jajah supera 1,2 milioni utenti
Jajah, che ha raggiunto il target di un milione di utenti alla fine del 2006, offre telefonate gratuite o a basso costo in diverse parti del mondo. Attraverso il sistema -- che consente di effettuare chiamate dal computer connesso a Internet e poi continuare le conversazioni con un telefono di casa -- Jajah minaccia di conquistare un'ampia fetta del mercato dominato dai provider VoIP (voice over Internet protocol) come Skype di eBay e dagli operatori di telecomunicazioni tradizionali.
(fonte: MyTech.it)
Skype introduce lo scatto alla risposta. Che delusione
Perché è stato introdotto uno scatto alla risposta di 4,5 cent (Iva inclusa), verso tutto il mondo, senza che cambiasse la tariffa global rate di Skype (resta 1,95 cent Iva inclusa per chi chiama dall'Europa, dove si applica l'Iva lussemburghese al 15 per cento).
(fonte: Panorama)
sabato 20 gennaio 2007
La pirateria informatica? Senza lucro non è reato
CASSAZIONE / SENTENZA 'STORICA'
'La pirateria informatica?
Senza lucro non è reato'
I supremi giudici hanno così accolto il ricorso di due studenti torinesi condannati per aver duplicato abusivamente e distribuito giochi, video, cd e film immagazzinandoli su un server Roma, 20 gennaio 2007 - Scaricare dalla rete file e programmi protetti dalle norme sul diritto d'autore e metterli a disposizione di altri utenti non è reato se da questo tipo di attività non si ricava alcun concreto vantaggio di tipo economico.
È una sentenza destinata a far discutere quella (numero 149/2007) con cui la III sezione penale della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato da due studenti torinesi, condannati in appello ad una pena detentiva, sostituita da un'ammenda, per avere «duplicato abusivamente e distribuito» programmi illecitamente duplicati, giochi per psx, video cd e film, «immagazzinandoli» su un server del tipo Ftp (File transfer protocol) «dal quale potevano essere scaricati da utenti abilitati all'accesso tramite un codice identificativo e relativa password».
Ad uno dei due la sentenza della Corte d'appello del capoluogo piemontese datata 29 marzo 2005 (ora annullata «senza rinvio» dalla Suprema Corte) imputava anche il possesso, presso la propria abitazione, di software destinato «a consentire o facilitare la rimozione dei dispositivi di protezione» applicati a programmi per pc.
Di fatto, i due studenti, avvalendosi di un computer in funzione presso l'associazione studentesca del Politecnico di Torino, avevano creato, gestito e curato la manutenzione di un archivio on line di dati e programmi, raggiungibile da un normale indirizzo ip, dal quale una «community» di utenti era libera di attingere in cambio, a sua volta, del rilascio di materiale informatico.
(fonte: Il resto del Carlino)
venerdì 19 gennaio 2007
Wi-fi gratuito con free-hotspot
Una catena di punti di accesso Wi-fi gratuiti che copra tutta Italia. E’ l’obiettivo di Free-hotspot.com, società irlandese che agisce a livello europeo che ha nominato da poco un responsabile per l’Italia che il compito di far crescere di parecchio il numero di punti di accesso presenti nella Penisola. Attualmente sono 76 gli hot spot ospitati in bar, alberghi, ristoranti e altri luoghi pubblici, ma Francesco Di Prima, responsabile della filiale italiana è convinto che questo numero possa crescere di parecchio anche grazie, per esempio, a qualche accordo con delle catene alberghiere.
Il meccanismo è semplice. La società irlandese fornisce gratuitamente a chiunque desideri ospitare un hot spot hardware e software. Inoltre a disposizione dei clienti c’è anche un numero verde per l’assistenza. Il proprietario del locale deve procurarsi la connettività (Adsl flat) e pagare le spese di installazione che, secondo Di Prima, arrivano al massimo a duecento euro. Il digital divide, la mancanza della banda larga in alcune zone del Paese, frena l’espansione del network che ha però superato le rigide norme del decreto antiterrorismo varato dal precedente governo attivando una scratch card che abbinata alla fotocopia del documento permette di evitare la registrazione di ogni singolo utente da parte del proprietario dell’hot spot. Grazie alla scratch card l’utente può subito collegarsi e, dopo essersi sorbito uno spot di venti secondi (non si può saltarlo), può navigare sapendo che ogni cinque minuti, se cambia indirizzo, apparirà un’altra pubblicità questa volta però evitabile. Su questo si basa il modello di business di questa società che sul suo sito http://www.free-hotspot.com/ ospita un motore di ricerca con l’elenco dei punti di accesso italiani.
fonte: www.tgcom.mediaset.it)
martedì 16 gennaio 2007
Via libera al WiFi gratis in Italia
L'operatore ha una delle più grandi reti di hot spot gratuiti in Europa (600, in 14 Paesi), ma in Italia c'era un intoppo da superare, per far decollare il servizio: la legge Pisanu, da tempo famigerata agli internauti, che obbliga l'operatore a identificare in modo certo gli utenti Internet.
È il motivo per cui Telecom Italia ha dovuto ritirare dall'edicole le scratch card con cui navigare dai suoi hot spot: non poteva obbligare gli edicolanti a richiedere agli utenti un documento di identità. Finora Free-hotspots.com accollava l'obbligo della registrazione al proprietario del locale dov'era posto l'hot spot. Un fastidio che ne scoraggiava molti, però, rallentando così la diffusione degli hot spot gratuiti in Italia. Ecco una delle conferme che la legge Pisanu ha davvero remato contro il progresso tecnologico dell'Italia.
(...)
(fonte: www.unica.it)
giovedì 11 gennaio 2007
Bucati i formati HD-DVD e Blu-Ray
Serenity è il primo film in HD-DVD a finire su Internet per dimostrare che è effettivamente possibile aggirare i sistemi anticopia previsti su questo nuovo tipo di supporto. Il file è piuttosto pesante (circa 20 gigabyte) ed è disponibile tramite Bittorrent.
Un utente che si fa chiamare muslix64 ha pubblicato un programma, BackupHDDVD, che è concepito per consentire all'utente legittimo di creare una copia di sicurezza dei film in HD-DVD acquistati. E' un bisogno che si presenta più facilmente di quello che potreste pensare: per esempio per evitare il danno economico di un graffio al disco, fatto magari da uno degli adorabili pargoletti di casa o in seguito a una manovra maldestra (a me è capitato di far cadere un DVD, che ha colpito il pavimento di spigolo e si è letteralmente aperto in due). Con la diffusione dei lettori video portatili, il rischio di danneggiare irrimediabilmente un oggetto costoso e magari non più in commercio è aumentato notevolmente.
Anche il formato concorrente, Blu-Ray, è stato bucato: l'autore dell'impresa è sempre muslix64, come annuncia Punto Informatico. AF Digitale ha verificato la notizia tramite una prova pratica. Secondo le informazioni circolanti in Rete, il sistema anticopia è stato aggirato sfruttando il fatto che i realizzatori degli HD-DVD e Blu-Ray hanno dimenticato in chiaro una delle chiavi di decifrazione. L'anticopia dei successori del DVD è sofisticato (consente per esempio di "revocare" il diritto di vedere un film o di usare uno specifico esemplare di lettore), ma queste notizie dimostrano ancora una volta che ogni sistema anticopia viene sistematicamente bucato, prima o poi: anzi, più prima che poi. E allora perché insistere?
Per non parlare del fatto che la pirateria spesso si annida direttamente fra chi il cinema lo fa: qualcuno ricorderà il caso della spassosa copia pirata di Hulk, che fu trafugata da un addetto ai lavori prima che fosseri completati gli effetti speciali, col risultato che in almeno una scena Hulk perdeva improvvisamente pantaloni e mutande.
(fonte: Attivissimo.net)
mercoledì 10 gennaio 2007
DVD Jon decodifica e rivende le DRM di Apple
Questa volta DVD Jon pensa a vendere le protezioni, piuttosto che a toglierle. L'hacker famoso per la causa pluriennale intentatagli contro dall'industria cinematografica (causa poi vinta alla grande), per via del suo DeCSS, è da tempo al lavoro su vari fronti nel tentativo di restituire la libertà di scelta agli acquirenti caduti vittima dei tanti sistemi DRM oggi esistenti.
(fonte: www.megalab.it)
martedì 9 gennaio 2007
fonte: Google News |
lunedì 8 gennaio 2007
AACS gia' crackato?
Dunque è successo, e ancora prima di quanto preventivassimo. AACS, il successore del fallimentare CSS, primo baluardo della nuova catena di restrizioni DRM impiegate dall'industria per difendere le sue proprietà ad alta definizione, è già caduto vittima delle analisi preliminari degli hacker che sono venuti in contatto con i dischi hi-def HD-DVD. E pare che ci sia voluto un tempo estremamente breve per venirne a capo.
L'annuncio è di Muslix64 che, come già Viodentia prima di lui, ha aperto un thread sul forum di Doom9.org per presentare i risultati dei suoi esperimenti con AACS. Muslix64, come dice lui stesso, si è trovato nella spiacevole situazione di non poter visionare su PC i film in suo possesso con il drive HD-DVD esterno per Xbox 360 appena acquistato, a causa della restrizione dei player software utilizzati, che si sono rifiutati di leggere i dischi su un sistema privo di una scheda grafica compatibile HDCP (il secondo anello della protezione hardware-software di HD-DVD, implementato nell'uscita video digitale) e senza uscita HDMI (su cui HDCP può far valere le sue eventuali restrizioni).
(fonte: Megalab.it)
domenica 7 gennaio 2007
HD DVD, aumentano i titoli craccati
Roma - Poche settimane fa un hacker noto come Muslix64 ha rilasciato un tool capace di decodificare i film HD DVD protetti con la tecnologia di DRM AACS (Advanced Access Content System). Sebbene molti lo abbiano definito il primo crack per HD DVD, in realtà (come del resto chiarito dallo stesso autore) la vera abilità di Muslix64 è stata quella di procurarsi le chiavi con cui i produttori hanno codificato alcuni film HD DVD: queste chiavi possono essere utilizzate in BackupHDVD per sproteggere il film.
In un primo momento c'è chi aveva messo in dubbio l'effettiva validità del sistema utilizzato da Muslix64 per recuperare dalla memoria le chiavi di decodifica, dette title key. A qanto pare, però, il metodo funziona abbastanza bene: negli scorsi giorni, sul forum di doom.org sono state postate le chiavi di diversi film HD DVD, tra cui quelle di King Kong e Serenity. Queste si aggiungono a quelle che erano già state pubblicate da Muslix64, comprendenti Full Metal Jacket (vedi immagine qui sotto), Van Helsing e L'Ultimo Samurai.
Nessuno per il momento ha spiegato in dettaglio come sia possibile recuperare le title keys dalla memoria: ciò che si sa è che Muslix64 aveva sfruttato alcune debolezze in un celebre player software per Windows. Non è nemmeno ancora chiaro come il sistema di revoca delle chiavi previsto dalla tecnologia AACS potrà arginare, in futuro, il crack dei film HD DVD.
L'unico fatto, per il momento, è che i cracker sembrano poter disporre di un metodo per ottenere le chiavi di numerosi film protetti, nonché di un tool gratuito, BackupHDVD, per decrittare i film e riversarli sull'hard disk.
Ora ci si attende la reazione dell'industria cinematografica.
(fonte: Punto Informatico)
venerdì 5 gennaio 2007
Il DRM sta uccidendo la musica
Racconta infatti CDR-Info.com che il sistema anticopia MediaMax della SunnComm, usati da alcuni CD audio, è incompatibile con il sistema anticopia usato dalla società russa StarForce. MediaMax, infatti, installa nel PC dell'utente un driver di nome SbcpHid, che causa malfunzionamenti del computer perché viola le regole di collaborazione fra driver all'interno del sistema operativo.
Il risultato è che un utente onesto che abbia acquistato legittimamente sia un CD protetto dall'anticopia MediaMax, sia un videogame protetto da StarForce, si trova col PC malfunzionante. Viene punito perché ha rispettato le regole.
The Inquirer fa inoltre una considerazione molto interessante sugli aspetti legali di questo caso: chiedere a un tecnico di riparare il vostro computer dopo che i due sistemi anticopia lo hanno usato come campo di battaglia potrebbe essere illegale. Infatti in molti paesi vigono leggi (DMCA, EUCD) che puniscono l'elusione o la rimozione dei sistemi anticopia da parte di chiunque non sia il legittimo gestore di tali sistemi. Così nessuno può aiutare l'utente a tirarsi fuori dai guai. E naturalmente né i discografici, né i produttori di videogame risarciranno l'utente per il danno subito.
E poi ci si chiede perché la gente si rivolge al peer-to-peer invece di comperare il prodotto legittimo. Come dice il logo qui sopra, il DRM sta uccidendo la musica, ed è una fregatura.
(fonte: Paolo Attivissimo)
mercoledì 3 gennaio 2007
Il valore eterno della privacy
Lo scandalo del calcio truccato risolleva la questione delle intercettazioni e del diritto alla privacy, già stimolata dall'allarme terrorismo. L'intrusione nelle comunicazioni e la sorveglianza sembrano sempre più necessarie e giustificate. Ma Bruce Schneier, uno dei più rispettati esperti di crittografia e sicurezza (non solo informatica), ha scritto per Wired un articolo di riflessione lucido e penetrante, che è un forte richiamo alla realtà e credo meriti particolare diffusione anche in italiano. Con il suo permesso, lo traduco qui dall'inglese.
Il valore eterno della privacy
di Bruce Schneier
18 maggio 2006
Translated from the English original by Paolo Attivissimo. Copyright to this translation belongs to Bruce Schneier.
Coloro che sono favorevoli a controlli d'identità, telecamere e database di sorveglianza, data mining e altre misure di sorveglianza generalizzata rispondono spesso a chi sostiene il diritto alla privacy con quest'obiezione: "Se non stai facendo niente di male, che cos'hai da nascondere?".
Ecco alcune risposte argute:
"Se non sto facendo niente di male, allora non hai motivo di sorvegliarmi"
"Perché è il governo che decide cosa è male, e continua a cambiare la definizione di cosa è male"
"Perché potresti usare in modo sbagliato le mie informazioni"
Frecciate come queste, per quanto valide, mi turbano, perché accettano il presupposto che la privacy consista nel nascondere qualcosa di male. Non è così. La riservatezza è un diritto umano intrinseco ed è un requisito necessario per mantenere la condizione umana con dignità e rispetto.
Ci sono due proverbi che esprimono in modo perfetto questo concetto: quis custodiet custodes ipsos? (Chi sorveglia i sorveglianti?) e "il potere assoluto corrompe in modo assoluto".
Il cardinale Richelieu aveva ben presente il valore della sorveglianza quando pronunciò la celebre frase "Se mi si dessero sei righe scritte dal pugno del più onesto degli uomini, vi troverei certo qualcosa per condannarlo all'impiccagione". Sorvegliate chiunque abbastanza a lungo e troverete qualche elemento per arrestarlo – o più semplicemente ricattarlo. La privacy è importante perché senza di essa le informazioni derivanti dalla sorveglianza verranno abusate: per fare i guardoni, per venderle ai maghi del marketing e per spiare i nemici politici, chiunque essi siano in quel particolare frangente.
La privacy ci protegge dagli abusi di coloro che sono al potere, anche se non stiamo facendo nulla che sia considerato sbagliato nel momento in cui viene effettuata la sorveglianza.
Non facciamo nulla di male quando facciamo l'amore o andiamo al gabinetto. Non nascondiamo nulla intenzionalmente quando cerchiamo un luogo privato dove riflettere o conversare. Teniamo diari privati, cantiamo in privato sotto la doccia, scriviamo lettere ad amanti segreti e poi le bruciamo. La riservatezza è un bisogno umano fondamentale.
Un futuro nel quale la privacy è costantemente sotto attacco era talmente inconcepibile per i creatori della Costituzione americana che essi non si posero neppure il problema di specificare la riservatezza come un diritto esplicito. Era intrinseca nella nobiltà del loro vivere e nella loro causa. Era evidente che essere sorvegliati in casa propria era irragionevole. Osservare e spiare erano atti così indecenti da essere inconcepibili fra i gentiluomini dell'epoca. Si sorvegliavano i criminali, non i liberi cittadini. Si era padroni in casa propria. Sono valori intrinseci nel concetto di libertà.
Perché se veniamo osservati in tutto ciò che facciamo, siamo sotto costante minaccia di correzione, giudizio, critica, persino plagio della nostra individualità. Diventiamo bambini, tenuti in catene sotto occhi sempre vigili, col timore costante che – ora o nell'incerto futuro – le tracce e le abitudini che ci lasciamo dietro verranno riesumate per implicarci da qualunque autorità si sia concentrata improvvisamente su quei nostri atti allora privati e innocenti. Perdiamo la nostra individualità, perché tutto ciò che facciamo è osservabile e registrabile.
Quanti di noi, negli ultimi quattro anni e mezzo, si sono fermati di colpo durante una conversazione, improvvisamente consapevoli di poter essere ascoltati di nascosto? Magari si trattava di una telefonata, oppure di uno scambio di e-mail, di una chattata o di una chiacchierata in un luogo pubblico. Magari stavamo parlando di terrorismo o di politica o di Islam. Ci blocchiamo e per un istante temiamo che le nostre parole possano essere tolte dal loro contesto; ma poi ridiamo della nostra stessa paranoia e proseguiamo. Ma il nostro comportamento è cambiato e il nostro modo di parlare viene sottilmente alterato.
Questa è la perdità di libertà che ci si pone di fronte quando ci viene tolta la nostra privacy. Questa è la vita nell'ex Germania Est o nell'Iraq di Saddam Hussein. Ed è il nostro futuro, man mano che permettiamo a occhi incessantemente spioni di entrare nelle nostre vite personali e private.
Sono in troppi a definire erroneamente la questione contrapponendo sicurezza e privacy. La vera scelta è fra libertà e controllo. La tirannia, sia che emerga sotto la minaccia di un attacco fisico straniero, sia che derivi da un'autorevole sorveglianza domestica, resta comunque tirannia. La libertà richiede sicurezza senza intrusione, sicurezza abbinata alla privacy. Una sorveglianza generalizzata da parte della polizia è, per definizione, uno stato di polizia. Ed è per questo che dobbiamo essere paladini della riservatezza anche quando non abbiamo nulla da nascondere.
(fonte: Paolo Attivissimo)
martedì 2 gennaio 2007
No, Palladium non è un (brutto) sogno
Finisce il tempo delle ipotesi intorno ai progetti per il "computer sicuro" prossimo venturo. I primi componenti concreti del sistema Palladium/TCPA sono tra noi: chip Intel e AMD predisposti, e schede audio Creative che si spengono da sole quando si esegue musica protetta. L'industria del disco si unisce alla gioiosa macchina da guerra, rivolta però contro l'utente.
Qualche mese fa mi sono preso sberleffi a badilate per il mio precedente articolo su Palladium e TCPA, le due iniziative tese a realizzare un cosiddetto "computer sicuro" che non consentirebbe la pirateria audio e video, offrirebbe garanzie di sicurezza online per gli utenti, ma nel contempo si presterebbe a gravi forme di controllo e censura. A molti la notizia è sembrata talmente assurda da sospettare un pesce d'aprile fuori stagione o una mia improvvisa smania di scoop a tutti i costi.
Da allora sono emersi numerosi dettagli a proposito di Palladium e TCPA, per cui vale la pena ritornare sull'argomento. Cominciamo con alcuni fatti nudi e crudi.
Palladium sicuramente nei chip Intel e AMD dal 2003
Non vi è dubbio sull'intenzione dei chipmaker di realizzare Palladium. Opteron, il prossimo processore di AMD, in uscita nel primo semestre del 2003, supporterà Palladium, come annunciato formalmente da Patrick Moorhead, portavoce di AMD. Lo stesso farà Intel con il successore del Pentium 4, denominato LaGrande, previsto per la seconda metà del 2003.
Il supporto per Palladium sarà disattivabile da parte dell'utente, ma in tal caso il computer non potrà eseguire contenuti protetti, come ad esempio musica, film, libri, documenti e applicazioni certificate Palladium.
Chi vuole evitare i processori Palladium potrà certo rifugiarsi nell'usato, nelle macchine Apple e nelle workstation non basate su chip Intel e AMD, ma dall'anno prossimo sarà estremamente difficile procurarsi un nuovo PC per Windows che non contenga i chip conformi al progetto Microsoft.
Le schede audio Creative sono già imbavagliate
L'iniziativa Palladium prevede che non solo il processore, ma l'intera catena di dispositivi presenti nel computer adotti contromisure per evitare l'intercettazione e la duplicazione non autorizzata dei contenuti protetti. Non ha senso, infatti, avere una CPU Palladium se poi basta intercettare il flusso di dati di una periferica per ottenere una copia digitale perfetta.
Gli scettici obiettano che nessun fabbricante di periferiche menomerebbe intenzionalmente il proprio prodotto per sottostare ai requisiti di Palladium. Ma periferiche che implementano queste contromisure ci sono già , solo che molti fabbricanti comprensibilmente non ci tengono troppo a farlo sapere.
Per esempio, occorre sfogliare i file readme di documentazione che accompagnano le schede audio Sound Blaster Audigy e Sound Blaster Live di Creative per scoprire che la loro uscita digitale si disattiva quando viene eseguito contenuto protetto (tipicamente musica). Non importa se l'utente possiede la licenza per ascoltare il brano protetto e se l'ha regolarmente pagato: l'uscita digitale è spenta, punto e basta, per cui non è consentita neppure la copia privata personale, nonostante tale copia sia un diritto ribadito dalla recente Direttiva Europea 2001/29/CE.
E la Creative non è l'unica azienda a venire incontro alle esigenze di Palladium: The Register ha scovato, nei meandri del sito Microsoft, una lista di hardware che già supporta le tecnologie anticopia della società di Redmond.
Discografici in festa, Elvis (Costello) in testa
L'ambiente sicuro e controllato promesso dalle macchine compatibili con Palladium fa gola particolarmente ai magnati dei media, che non vedono l'ora di avere una piattaforma sulla quale distribuire musica, film e libri senza l'incubo di ritrovarseli l'indomani su Kazaa.
L'idea di fondo è offrire un servizio simile a Napster per facilità e successo, ma che funzioni soltanto con PC Palladium (agendo da ottimo incentivo all'acquisto delle nuove macchine) e soprattutto sia a pagamento. I file scaricati, infatti, saranno cifrati e utilizzabili soltanto a patto di acquistare la relativa "licenza" o chiave di sblocco, che è modulabile: permette per esempio di limitare il numero di esecuzioni permesse oppure di definire una data di scadenza, dopo la quale il file è inutilizzabile.
In attesa di Palladium, si sperimentano i principi di base di questo progetto (e le reazioni dei consumatori) usando la tecnologia attualmente disponibile. Sempre più spesso, i CD musicali non sono suonabili nei computer oppure lo sono soltanto su macchine sulle quali gira una specifica combinazione di software Microsoft. Come hanno risposto i consumatori a queste restrizioni? A parte qualche protesta iniziale, ormai quasi dimenticata, sopportano in silenzio.
La settimana scorsa la sperimentazione ha compiuto un altro balzo: il quotidiano inglese Sunday Times ha offerto ai lettori un'anteprima del nuovo disco di Elvis Costello, sotto forma di un CD contenente alcune tracce audio normali, due tracce in formato Windows Media Audio non protette, e due tracce protette "a tempo", che sono suonabili soltanto quattro volte e soltanto a patto di disporre di un PC Windows con Media Player 7.1 o successivo configurato in modo da acquisire automaticamente le licenze, cosa che richiede un collegamento via Internet. Le tracce protette non sono eseguibili con altri player. In altre parole, una situazione molto vicina a quella prevista per Palladium.
Le protezioni hardware funzionano: il caso X-Box
Un'altra obiezione ricorrente degli scettici è la litania "tutto si sprotegge, dunque si sproteggerà anche Palladium", fatta ricordando la facilità con cui sono state superate tante protezioni anticopia precedenti, come quelle sui CD audio e sui formati digitali Liquid Audio, a2b e WMA.
La differenza tutt'altro che trascurabile è che Palladium usa hardware dedicato, mentre le protezioni scavalcate fin qui erano puramente software. Capire il funzionamento di una protezione software richiede soltanto un PC, qualche utility ben fatta e un po' di tempo e competenza informatica, e soprattutto si fa in un angolo del soggiorno senza sporcare; scavalcare le protezioni hardware richiede strumentazione, ossia soldi e un laboratorio.
Sto parlando, beninteso, delle sprotezioni vere, che danno cioè accesso ai bit originali, non ai metodi brutali come la registrazione del segnale analogico presente sul filo degli altoparlanti o la ripresa di un film fatta piazzando una telecamera davanti al monitor.
Il caso X-Box è emblematico. Basta considerare la fatica immane (non solo tecnica ma anche legale) e gli strumenti sofisticati necessari ad Andrew "Bunnie" Huang per analizzare una piccola parte del funzionamento di X-Box. Per poi riuscire a superare le protezioni di X-Box è stato necessario realizzare modchip, ossia circuiti che modificano l'hardware e si innestano a colpi di cacciavite e saldatore.
Insomma, un conto è scaricarsi da Internet un programmino che sprotegge un file WMA o intercetta uno streaming Real Audio, un altro è procurarsi (e pagare) un modchip da fornitori poco più raccomandabili dei pusher di Viagra e poi sventrare una console per innestarlo.
Certo i risultati sono stati notevoli: quei buontemponi del gruppo Xbox-Linux hanno addirittura fatto girare Linux sulla console Microsoft, e non paghi dell'implicito sberleffo hanno ora trovato la maniera di eseguire Windows 2000 sotto Linux sulla X-Box.
Il guaio (dal punto di vista degli hacker) è che ora Microsoft, con poca fatica, ha cambiato leggermente l'hardware di X-Box, per cui tutti gli attuali modchip non funzionano più sulle nuove console. Insomma, tutto da rifare per chi vuole emancipare la macchina per videogiochi di Redmond: dovrà sostenere costi notevolissimi in termini di modchip già fabbricati che ora sono da buttare. E' la classica dimostrazione di come le protezioni hardware, a differenza di quelle software, siano molto più facili da difendere che da attaccare.
Unire i puntini
Fin qui i fatti. Il quadro che ne risulta è che tutte queste novità sono orientate alla gestione dei diritti digitali (o forse dovremmo dire "gestione dei divieti digitali") delle case discografiche e cinematografiche. Degli eventuali diritti dell'utente non si parla proprio.
Non si parla neppure delle promesse di "ridurre massicciamente il rischio comportato da molti virus e spyware" fatte per esempio da John Manferdelli, General Manager della Palladium Business Unit di Microsoft, e che dovrebbero essere l'argomento più convincente per indurre gli utenti ad acquistare serenamente macchine Palladium.
In particolare non si dice esattamente come possa avvenire questa riduzione, e a che prezzo. Una macchina Palladium rifiuterà di eseguire un programma scaricato da Internet, ad esempio un dialer o un virus, perché non sarà codice certificato Palladium? Ottimo. Ma in tal caso su un PC Palladium non sarà possibile neppure eseguire software shareware o freeware, a meno che l'autore del software paghi di tasca propria la certificazione (improbabile). Per contro, se la certificazione è facilmente ottenibile, allora anche gli autori di "molti virus e spyware" se la potranno procurare, aggirando allegramente Palladium.
Rimane poi il dubbio di come Palladium possa proteggerci dal codice ostile annidabile nelle pagine Web. Siccome è impensabile che ogni pagina del Web debba essere certificata per poter essere visualizzata da una macchina Palladium, si presume che il codice delle pagine Web sia interpretato ed eseguito senza restrizioni. Non è una prospettiva rassicurante, considerato che attualmente basta una singola riga di codice in una pagina Web per cancellare il contenuto di una macchina Windows XP, salvo che sia stato installato il recente, monumentale Service Pack. Speriamo che la futura versione Palladium di Windows sia un po' meno ingenua.
E a proposito di difendersi dallo spyware, è interessante notare che Palladium esige che si informi un server centrale ogni volta che si vuole eseguire contenuto protetto. In altre parole, il detentore dei diritti digitali di un film viene a sapere che cosa ascoltate e guardate, quando lo fate e quante volte lo fate, avendo quindi un'ottima occasione di tracciare il vostro profilo di consumatore e i vostri gusti e orientamenti personali ("questo qui è la quinta volta che si guarda Pretty Baby di Louis Malle... hmmm, mi sa che è un pedofilo... e questa signora ha scaricato Querelle de Brest, interessante..."). Sinceramente mi sfugge la differenza fra questo andazzo e lo spyware.
Un altro aspetto di Palladium con il quale si cerca di sedurre l'utente è la cifratura trasparente dei documenti. Per esempio, i documenti di un'azienda o di un'amministrazione pubblica dotata di PC Palladium potranno vivere un'esistenza interamente cifrata, senza che l'utente se ne accorga o debba penare con password, smartcard e simili: saranno leggibili ed elaborabili proprio come documenti normali, ma soltanto sui computer aziendali autorizzati. Un sistema facilissimo da usare e quindi molto più gestibile e vendibile di quelli attuali.
I vantaggi in termini di sicurezza e privacy, si dice, sono evidenti: diventerà inutile trafugare file riservati, perché tanto non saranno apribili al di fuori della rete aziendale. A meno che, naturalmente, insieme ai file non venga anche sottratto uno dei computer autorizzati ad aprirli.Con l'attuale diffusione dei laptop, non è uno scenario implausibile. Inoltre i laptop dovranno essere in grado di aprire i documenti anche quando sono sconnessi dalla Rete, per cui non si puòneppure implementare un modello di sicurezza che richieda l'autorizzazione al server centrale ogni volta che si apre un documento. Improvvisamente i vantaggi aziendali di Palladium sono molto meno evidenti.
Patti chiari, amicizia lunga
E' inutile menare il can per l'aia: Palladium èuna tecnologia mirata alla gestione dei diritti digitali, che si cerca di vendere spacciandola per una Cosa Veramente Buona e Giusta per la sicurezza degli utenti quando non lo è. Non per nulla uno dei brevetti chiave di Palladium si intitola "Digital Rights Management Operating System" ("Sistema operativo per la gestione dei diritti digitali", brevetto USA 6330670).
Microsoft lo dica chiaro e tondo, e la paranoia intorno a Palladium finisce subito. Sì, perché non c'è proprio niente di male nel voler creare uno scatolotto cifrato attraverso il quale distribuire film e musica a pagamento: è quello che fanno da un pezzo i decoder satellitari (con alterni successi), e non se ne scandalizza nessuno. Basta avere l'onestà di chiamare le cose con il proprio nome.
(fonte: Paolo Attivissimo)Palladium: la Soluzione Finale secondo Microsoft e Intel
I piani di Microsoft per il futuro dell'informatica sono stati rivelati in questi giorni con un'anteprima nelle pagine di MSNBC/Newsweek: in un'iniziativa denominata Palladium, Microsoft si è alleata con Compaq, HP, IBM, Intel e AMD per creare una nuova generazione di software da abbinare a processori nei quali saranno integrate direttamente potenti funzioni di sicurezza. Sicurezza realizzata non più soltanto a livello software, come adesso, ma anche a livello hardware, come nei sistemi militari.
L'obiettivo dichiarato è rendere più sicuro l'uso dei computer, che stando alle promesse di Microsoft diventeranno immuni ai virus, elimineranno lo spam, proteggeranno i nostri dati personali e consentiranno finalmente transazioni commerciali online sicure e l'avvio di servizi legali di distribuzione di musica e film attraverso Internet.
Una vera rivoluzione, insomma, che dovrebbe arrivare concretamente entro il 2004, quando uscirà la prossima versione di Windows (denominata provvisoriamente Longhorn) e saranno pronti questi nuovi processori, ma che sta già entrando nelle nostre case e nei nostri uffici. Il portatile Thinkpad T-30 di IBM è già acquistabile con un sottosistema di sicurezza conforme allo standard Palladium (noto più tecnicamente come TCPA). La X-Box è in sostanza una versione 1.0 di un PC dotato di Palladium, come ho descritto recentemente. Il sistema di attivazione di Windows XP, che richiede un nuovo codice di sblocco se si cambia significativamente il proprio hardware, è un esempio (solo software) di Palladium.
A prima vista, questa sembra la classica Ottima Idea che porterà benefici a tutti. Microsoft venderà una nuova versione di Windows, i produttori di hardware venderanno una nuova generazione di PC, e gli utenti della Rete, che da sempre reclamano sicurezza, finalmente navigheranno protetti.
Per capire perché in realtà Palladium è la materializzazione dei nostri peggiori incubi ci vuole una parentesi tecnica.
Come funziona Palladium/TCPA
Come descritto da Ross Anderson, dell'Università di Cambridge, in una FAQ ricca di dettagli, Palladium/TCPA si basa sul fatto che l'intera architettura del PC, anziché essere aperta e pubblica, viene blindata: la comunicazione fra i vari componenti (tastiera, dischi, monitor) è cifrata, proprio come fa (parzialmente) l'X-Box, e il PC si avvia partendo da un chip speciale il cui contenuto è cifrato.
Questo chip è un componente di monitoraggio che sorveglia costantemente lo stato del sistema e ne controlla il funzionamento (donde il nome Palladium, che non si riferisce all'elemento chimico ma all'omonima statua della dea Atena che sorgeva a Troia e proteggeva la città).
All'accensione, il chip verifica il contenuto della ROM di boot e, se è quello previsto dai creatori del chip, ne consente l'esecuzione; poi verifica che l'hardware installato sia costituito esclusivamente da componenti autorizzati. Infine il chip verifica la porzione iniziale del sistema operativo e ne consente il caricamento soltanto se è conforme a quanto previsto. A questo punto la palla passa al sistema operativo, che carica le proprie parti rimanenti e si incarica di verificare continuamente che le applicazioni eseguite siano a loro volta certificate come sicure.
Tutte queste verifiche e certificazioni consentono di avere un computer il cui stato è sicuramente conforme alle specifiche del produttore dell'hardware e del software. In altre parole, non può contenere modchip (i circuiti che si aggiungono adesso alle console per ampliarne le potenzialità) o programmi non autorizzati, che possano ad esempio intercettare un flusso di dati (un film o una canzone) per farne copie abusive. E' una scatola chiusa nella quale non può entrare nessuno, neppure l'utente.
I sistemi anticopia introdotti finora sono sempre stati fallimentari perché basati esclusivamente sul software, che per natura è facilmente modificabile. Palladium, invece, usa anche hardware dedicato. Rispetto al software, decifrare e modificare l'hardware è enormemente più impegnativo, per cui questo sistema ha ottime possibilità di essere inviolabile non solo per l'utente comune ma anche per l'hacker più attrezzato.
L'utente come nemico
Questo modo di progettare computer ha delle conseguenze molto interessanti. Quella più ovvia è la fine della pirateria software, musicale e cinematografica domestica: se il flusso audio/video è cifrato lungo tutto il percorso all'interno del PC e oltretutto non è possibile installare programmi non autorizzati che lo registrino, come si fa a crearne copie abusive? Forti di questa garanzia, finalmente discografici e magnati di Hollywood potranno offrirci i loro prodotti via Internet, legalmente e (va da sé) a pagamento. Analogamente, i programmi saranno forse copiabili (per motivi di backup), ma non potranno essere eseguiti senza la relativa autorizzazione individuale.
La conseguenza meno ovvia è che lo stesso sistema consente ai suddetti discografici e magnati di decidere che cosa possiamo vedere e ascoltare, nonché quando e quante volte possiamo farlo. I programmi di lettura (il Windows Media Player, per intenderci) saranno scritti in modo da suonare soltanto musica autorizzata. Dite addio alla vostra collezione di MP3, anche se sono legittimamente tratti dai CD che possedete e avete pagato. E non pensate nemmeno di installare un altro programma meno schizzinoso (come WinAmp): non funzionerà, perché non è software autorizzato.
Applicando questa tecnologia al software, le conseguenze si fanno ancora più interessanti. Supponiamo che siate affezionati alla vostra copia di Office, che ha sempre funzionato ragionevolmente bene e conoscete a menadito, per cui non sentite il bisogno di spendere denaro per la nuova versione. Attualmente potete tenere Office sul vostro PC a tempo indeterminato. Ma con Palladium, all'uscita di Office 2004 Microsoft potrebbe bloccare l'esecuzione del vecchio Office sul vostro PC, obbligandovi ad acquistare la nuova versione. Benvenuti nell'era del software a tempo. Si prega di infilare un'altra monetina nella fessura, grazie.
In altre parole, tutto ciò che passa per il nostro computer sarà controllato da un sistema di autorizzazioni gestito dai produttori di musica, film, hardware e software. L'utente non avrà modo di autorizzare nulla. Potrà soltanto aprire il borsellino ogni volta che qualche pezzo grosso di Hollywood decide di rifarsi la Jacuzzi. L'utente è cortesemente pregato di pagare e tacere: anzi, per dirla con Ross Anderson, per imporre i diritti digitali su un PC è indispensabile trattare l'utente come un nemico.
La morte di Linux e Apache
Un'altra conseguenza di Palladium/TCPA: se sui futuri PC potranno girare soltanto programmi autorizzati, il software libero e quello gratuito sono spacciati. I codici di autorizzazione non saranno certamente gratuiti: c'è un'infrastruttura di certificazione da mantenere e qualcuno la dovrà pagare. Di conseguenza, nessuno potrà più offrire freeware, ad eccezione dei grandi gruppi commerciali che possono permettersi di lavorare in perdita pur di togliere l'ossigeno alla concorrenza. Il vivace sottobosco dei piccoli programmatori indipendenti, che ci hanno regalato programmi storici come il già citato WinAmp, il mitico PKZip, Napster, WinMX e infinite altre chicche, sparirà.
Fondamentalmente, ogni software scritto per Windows dovrà essere certificato. Da Microsoft, ovviamente: il che significa che spetterà a Microsoft decidere quali programmi sono degni di entrare nel suo regno blindato. Questo potere si presta a ogni sorta di abuso. E' difficile pensare che Bill Gates autorizzerà WinAmp, o i lettori Divx, o qualsiasi suite di applicazioni per ufficio diversa da Office, quando sono in diretta concorrenza con i suoi prodotti.
E che dire di Linux? In teoria è possibile realizzare una versione di Linux compatibile con i computer blindati dall'architettura TCPA, ma in pratica quel che ne viene fuori è l'ombra del Linux che conosciamo adesso. Innanzi tutto ci vuole un filantropo che paghi la procedura di certificazione (ogni software autorizzato deve essere esaminato per garantirne la sicurezza) per ogni singola versione del kernel e per ogni componente aggiuntivo del sistema operativo. Addio, quindi, alle distribuzioni Linux stracolme di software gratuito. Addio, naturalmente, anche ad Apache, il server Web più diffuso del pianeta. Il movimento open source è completamente spiazzato.
Diventa poi impossibile compilarsi un kernel su misura (non sarebbe certificato e quindi eseguibile), installare una patch e più in generale contribuire allo sviluppo di Linux. La flessibilità e libertà che sono la linfa vitale del successo di Linux sono strangolate. Anche se tutti questi ostacoli venissero superati e si arrivasse alla distribuzione di pacchetti RPM con firma digitale compatibili con Palladium/TCPA, resta il fatto che se sui nostri PC c'è un chip che decide quali programmi possiamo eseguire e persino quali file possiamo aprire, non siamo più padroni delle nostre macchine. In sostanza, Microsoft, IBM, HP e tutta l'allegra brigata del TCPA sono root sui nostri computer a casa e in azienda.
E in più, tanto per gradire, hanno debellato ogni altra possibile concorrenza presente e futura. Molto, molto astuto.
Compromessi ingannevoli
Chi se ne frega, potrebbero dire in molti. Se quattro sfigati devono rinunciare a Linux in cambio della sicurezza planetaria, pazienza, ne vale la pena. E poi perché dovremmo installare altri programmi sul nostro PC, quando Microsoft include già tutto quello che ci serve?
In fin dei conti, la separazione fra hardware e software nei computer è un'anomalia che in tutti gli altri apparecchi in casa e in ufficio non esiste. Quando acquistiamo un cellulare, un microonde, un videoregistratore, una Playstation o una telecamera, non pretendiamo di potervi installare un software alternativo; e grazie a questa integrazione fra hardware e software, questi apparecchi non vanno in crash come i PC. Forse sono dunque i PC ad essere stati progettati male, e Palladium rimedia a questa anomalia.
Il problema è che Palladium/TCPA non è concepito per proteggere noi utenti come ci vogliono far credere: è concepito per tutelare gli interessi dei produttori di hardware, software e media. Per esempio, è vero che un computer TCPA non eseguirà un virus (sarebbe software non certificato), ma non farà nulla contro un worm o una semplice pagina Web che contenga script che sfruttano una falla del sistema operativo. Non ci proteggerà dai furti dei codici delle carte di credito, che usano meccanismi su cui il TCPA non ha alcun effetto. Non ci proteggerà contro i crash delle applicazioni che ci fanno perdere ore di lavoro: il fatto che un programma sia certificato non ne garantisce affatto la robustezza. Per contro, consentirà alle industrie del software, del disco e del cinema di mungerci a loro totale piacimento. Proteggerà loro contro ogni tentativo di difendere i nostri diritti.
Diritti fondamentali
Quando parlo di "diritti" non mi riferisco soltanto al diritto di riversare su cassetta un CD regolarmente acquistato o di acquistare un DVD mentre si è in vacanza all'estero e vederselo a casa. Parlo anche di diritti un pochino più fondamentali.
Nell'intervista a MSN/Newsweek, Bill Gates pronuncia questa frase: "Ci siamo avvicinati al problema pensando alla musica, ma poi ci siamo accorti che l'e-mail e i documenti sono ambiti molto più interessanti". L'idea, insomma, è di applicare le protezioni di Palladium non solo a musica, video e software, ma anche ai documenti.
Gli esempi proposti nell'articolo sono rassicuranti: l'utente potrà scrivere e-mail che soltanto le persone autorizzate potranno copiare o inoltrare ad altri, e potrà creare documenti Word che saranno leggibili solo per una settimana. Tranquilli, ci viene detto, l'utente è sovrano.
Ma il meccanismo di Palladium funziona anche nell'altro senso. Una macchina Palladium può essere impostata in modo da bloccare l'accesso a pagine Web ritenute pericolose. Ad esempio, un pirata decide di mettere online una copia di un film, o un pedofilo pubblica la propria collezione fotografica di brutalità. Invece di perdere tempo con costose cause e indagini internazionali, è possibile riprogrammare da remoto tutti i computer Palladium in modo che non possano accedere a questi siti. Per restare al passo con i pirati, infatti, le autorizzazioni di Palladium sono gestite tramite server centrali e sono revocabili e aggiornabili in qualsiasi momento.
E' un sistema molto efficiente, ma chi lo controlla? Usare Palladium significa togliere l'amministrazione della giustizia ai tribunali e metterla nelle mani delle aziende. Supponiamo che io scriva sul Web qualcosa di sgradito a Microsoft: chi mi dice che l'azienda di Redmond non userà Palladium per oscurarmi? Se qualcuno pubblica una brutta recensione dell'ultimo disco di Celine Dion, la Sony otterrà un'ingiunzione per usare Palladium per bloccarla? Se qualcuno rivela che il prossimo film di Star Trek è una boiata colossale, la Paramount lo zittirà? Se le mie idee politiche o religiose sono sgradite nel mio paese, il governo ordinerà ai server di Palladium di farle sparire dal Web?
La tentazione è forte, anche perché il sistema è rapido e indolore. Niente tribunali, niente cause, niente avvocati: due comandi su un terminale, e il gioco è fatto. Gli utenti Palladium non si accorgeranno neppure della censura. Non sapranno mai che è avvenuta.
Il finto pulsante di spegnimento
Va detto che secondo le specifiche del TCPA tutte le sue funzioni sono disattivabili dall'utente, che è libero di avviare il proprio PC nella maniera tradizionale. Questa facoltà è sicuramente stata introdotta per tranquillizzare gli utenti preoccupati delle proprie libertà, ma in realtà è un'operazione di facciata.
Avviando il PC senza TCPA, non potrete usare nessuno dei suoi programmi certificati. Potrete forse far girare programmi non certificati (quelli attuali, per esempio), che però non riusciranno a comunicare con le periferiche, che per motivi di protezione del copyright si aspetteranno soltanto dati certificati. Se così non fosse, potreste stamparvi un libro scaricato da Internet oppure masterizzarvi un CD.
Le cose peggiorano ulteriormente quando cercherete di andare sul Web. Se il sistema prende piede, in nome della sicurezza i siti Web commerciali rifiuteranno le connessioni dagli utenti che non usano macchine protette da Palladium. Questo costituirà un grande incentivo ad acquistare queste nuove macchine, il cui numero crescente spingerà sempre più siti ad abbracciare Palladium, creando un effetto valanga identico a quello ottenuto nei browser da Internet Explorer: già ora molti siti non sono visitabili con browser diversi da quello Microsoft.
Occasione da non perdere
Per le grandi aziende, Palladium è davvero la Soluzione Finale: Linux e Apache eliminati, pirati dei media debellati, i programmatori indipendenti sul lastrico. Chi controlla Palladium controlla tutti i computer e, dietro gentile richiesta, controlla anche la libertà di lettura. Un quadretto desolante.
Considerati i nomi e i capitali che appoggiano l'iniziativa Palladium/TCPA, sembra che ci si debba arrendere all'inevitabile. Soprattutto dopo gli eventi dell'11 settembre, c'è un'insensata corsa mondiale ad abbracciare incondizionatamente qualsiasi tecnologia che prometta anche vagamente di darci maggiore sicurezza. E' fondamentale, invece, distinguere fra sicurezza reale e paccottiglia commerciale.
Lottare contro questo abominio si può: lo abbiamo già fatto con successo in passato con il famoso numero di serie unico annidato nei Pentium III e poi rimosso a furor di popolo dalle generazioni successive. Il primo passo di questa lotta è diffondere la consapevolezza del problema. Questo è il mio piccolo contributo in proposito.
(di Paolo Attivissimo)
lunedì 1 gennaio 2007
La BBC chiede aiuto ai pirati
...le copie pirata di film e DVD non contengono codici di protezione, e usano formati non proprietari per consentirne la massima diffusione. Quei formati sono indipendenti dal sistema operativo e sono pienamente documentati, per cui per le generazioni future sarà banale ricreare la tecnologia per leggerli. Lo stesso non si può dire per i formati benedetti dai grandi gruppi dell'industria del disco e del cinema, che ambiscono anche a blindare l'hardware, con soluzioni come TCPA e l'imminente Palladium.Come gli amanuensi nel medioevo, questi mastri masterizzatori creano copie delle opere, che così non andranno perse per colpa della miopia collettiva di un'epoca. Certo non è questo lo scopo primario delle loro duplicazioni, ma è un gradevole effetto collaterale da non sottovalutare.
Da allora, il paventato arrivo di Palladium si è avverato, sia pure con altri nomi. E oggi anche il concetto del pirata come custode della musica, dei testi e dei film della nostra epoca trova una conferma forte: pochi giorni fa la BBC ha chiesto formalmente aiuto al pubblico per recuperare oltre cento puntate di un suo programma classico, il telefilm di fantascienza Doctor Who, di cui ha perso ogni traccia.
L'appello della BBC è accorato:
"puntate che la BBC pensava fossero andate perdute per sempre sono riemerse nei mercatini dell'usato, dalle soffitte e da altri posti strani... il premio per chiunque trovi una puntata mancante è un Dalek [uno dei più temuti "cattivi" della serie Doctor Who, oggetto di culto nel Regno Unito] a grandezza naturale... decisamente vale la pena di chiedere alla vostra famiglia di controllare nelle soffitte, nei garage, e nelle camere da letto per gli ospiti se hanno vecchie bobine di pellicola che potrebbero recare la magica scritta 'Doctor Who' sull'etichetta."
Trovate l'elenco completo delle puntate perdute, risalenti agli anni 1963-1969, presso quest'altra pagina della BBC.
Molto pittoresco, per carità, ed è anche piacevole sapere che alcune puntate sono state già recuperate grazie a quest'appello, ma c'è un piccolo problema: quei recuperi sono frutto di pirateria.
Infatti le puntate mancanti sono state salvate grazie alle copie abusive fatte dai telespettatori usando registratori audio a bobine e a cassette e filmando il proprio televisore con cineprese 8 mm (non c'erano videoregistratori domestici, a quell'epoca). Questo era illegale all'epoca, e formalmente lo è tuttora nel Regno Unito, anche se nessuno fa rispettare il divieto.Coloro che obiettano che non occorre la pirateria per custodire la cultura, perché a questo compito provvedono le biblioteche pubbliche e gli archivi cinematografici e televisivi, si trovano smentiti da casi come questi. Chissà quanti altri episodi della nostra cultura audiovisiva sono andati smarriti per sempre, o stanno marcendo in questo momento, per via dell'incuria degli archivisti ufficiali o addirittura a causa di loro atti intenzionali.
Infatti la Wikipedia nota che anche molti altri classici, come The Avengers, noto in Italia come Agente speciale (quello con John Steed e Emma Peel, per intenderci), hanno subito la stessa sorte di Doctor Who e in alcuni casi sono stati cancellati intenzionalmente per tutelare il diritto d'autore:
Spiega la medesima pagina della Wikipedia:
Grosso modo fra il 1967 e il 1978, una notevole quantità di materiale archiviato dalla BBC su nastro video e pellicola fu distrutto o cancellato per fare spazio a nuovi programmi. La ragione principale fu che gli accordi con il sindacato degli attori e con altre organizzazioni commerciali limitavano il numero di repliche dei programmi: ne era concessa solitamente soltanto una, da effettuarsi entro un limite di tempo, in genere due anni.
Queste norme derivavano dal timore dei sindacati che se le emittenti avessero riempito di repliche i propri palinsesti, sarebbe calata la produzione di programmi nuovi, causando disoccupazione fra attori e addetti ai lavori. Questo ebbe l'effetto involontario di far distruggere molti programmi dopo che erano scaduti i loro diritti di replica, perché erano ritenuti inutili per le emittenti.
Il resto dell'articolo della Wikipedia è un viaggio affascinante nelle vicissitudini del recupero delle puntate mancanti di Doctor Who, alcune delle quali sono riemerse in posti impensabili come il Bahrein o Hong Kong. Purtroppo l'articolo è in inglese e mi manca il tempo di tradurlo integralmente.
Amici e lettori mi segnalano anche il caso di un altro telefilm-culto, Spazio: 1999. La RAI ha perso completamente il doppiaggio italiano dell'episodio L'ultimo tramonto. L'audio è stato recuperato e ripubblicato in DVD soltanto grazie alla registrazione artigianale fatta da un fan all'epoca della messa in onda dell'episodio da parte di matrigna RAI, quasi trent'anni fa.Le stesse fonti mi segnalano che
"anni fa in una trasmissione radiofonica raccontarono che ad esempio molti master delle puntate mitiche dell'altrettanto mitica e storica trasmissione radiofonica Alto Gradimento [di Arbore e Boncompagni] sono finiti al macero".In altre parole, non solo i pirati sono custodi della cultura, ma il diritto d'autore così com'è ora uccide la cultura, vietandone la conservazione.
Cari legislatori, siete ancora convinti di sapere chi sono i bravi e chi sono i cattivi?
(fonte: Paolo Attivissimo)Pirati? No, custodi della cultura
Gran parte della discussione sui sistemi anticopia (compresi alcuni miei articoli precedenti) si è incentrata sui problemi immediati che comportano per gli utenti onesti: non poter suonare un CD in auto o sul personal computer, non poter suonare in Europa un DVD regolarmente acquistato in USA, e così via. In effetti comportano anche un problema ben più grave, ma meno visibile perché meno immediato. Nel lungo termine, i sistemi anticopia cancellano la cultura.
"Cultura" può sembrare una parola grossa da associare a un disco di Max Pezzali o Britney Spears. Discografici e critici si affrettano a dire che la musica pop non è cultura: è un prodotto confezionato a scopo commerciale, più simile a una biella o a un frullatore che a Beethoven. Idem per il cinema: con pochissime eccezioni d'autore, il film è considerato come una merce qualsiasi, di cui disporre nel modo più adatto a trarne soldi. Pertanto si considera naturale e anzi sacrosanto controllarne la duplicazione e la distribuzione: con le leggi, se bastano, e con la forza dei sistemi anticopia se le leggi non bastano.
Ma a differenza di bielle e frullatori, le parole di una canzone di successo, come i personaggi di un film o le loro battute, sono la nostra cultura contemporanea. Entrano a far parte del nostro lessico, spesso superando i confini linguistici. Sappiamo tutti, per esempio, cosa vuol dire "comportarsi come Rambo"; è un paragone che potete condividere senza problemi con un danese, un indiano o un americano, perché vi capirà al volo.
Sono solo canzonette?
Allo stesso modo, un disco che ci piace si imprime nella nostra memoria; riascoltato tra trent'anni, il suo motivetto melenso ci riporterà alla nostra gioventù più efficacemente di qualunque fantascientifica macchina del tempo. Il trash di oggi è il classico di domani. I film di Totò, un tempo aspramente criticati come spazzatura commerciale, ora sono considerati patrimonio culturale della nazione.
La legge dice che quelle canzoni e quei film sono di proprietà di chi ne detiene il copyright, ma ciononostante non possiamo fare a meno di sentirli nostri, perché sono la colonna sonora dei nostri amori, dei nostri sbagli e dei nostri successi. Sono, in altre parole, una parte vitale della nostra esperienza personale. E quando un'esperienza personale è condivisa da tanti individui, diventa la cultura di una generazione.
Anche l'argomentazione che non può trattarsi di cultura perché ci sono in gioco interessi commerciali non regge. La maggior parte dei grandi del passato creava per portare a casa la pagnotta. Gershwin non lavorava certo per la gloria. Victor Hugo ci teneva abbastanza alle vendite de I Miserabili da scrivere al proprio editore una lettera diventata famosissima (scrisse "?", e l'editore rispose "!"). Persino Michelangelo aveva gli sponsor.
In questo senso, quindi, Max e Britney sono cultura (o lo saranno tra una ventina d'anni, quando i giovani di oggi li ricorderanno con nostalgia). L'autore delle celebri nove sinfonie si rivolterà nella tomba, ma per dirla con Chuck Berry, roll over, Beethoven: fatti più in là, nonno Ludwig.
Autore, padre padrone
Abbiamo sempre dato per scontato di poter passare ai nostri figli, e ai figli dei nostri figli, le nostre collezioni di libri, di musica e di videocassette. Ma con l'era digitale, se i sistemi anticopia prendono piede, questo non si potrà più fare. E' un potere che rischia di derubarci dei nostri ricordi e, se applicato su larga scala come si sta iniziando a fare, rischia quindi di toglierci la nostra cultura.
Non è in realtà un potere nuovo: le leggi sul copyright hanno sempre conferito al detentore dei diritti i più ampi poteri di vita e di morte sulle proprie creature. Il proprietario dei diritti di una canzone, di un libro o di un film, per esempio, può decidere se e quando pubblicarlo, a chi farlo fruire e a chi no, in quali paesi distribuirli e in quali vietarne la circolazione, e persino ritirarlo se gli gira di farlo. Un potere straordinario, di cui non ci siamo mai stati né consapevoli né tanto meno preoccupati perché era sostanzialmente inapplicabile.
Infatti un autore poteva strillare finché gli pareva, ma non poteva entrarci in casa e stracciare le nostre copie dei suoi libri o della sua musica. Videocassette e dischi, una volta acquistati, potevano essere custoditi al sicuro e tramandati alle generazioni future, come ricordo della cultura della nostra epoca (nel bene e nel male).
La svolta tecnologica
Ora non più. L'avvento dei sistemi anticopia permette di creare supporti revocabili. Consente al discografico e al magnate di Hollywood di definire una data di scadenza, di limitare l'esecuzione a determinate persone o a determinati luoghi o apparecchi. Sono cose che già avvengono adesso, per esempio, con i dischi promozionali degli Oasis allegati ai giornali, con i codici regionali dei DVD e con i film e brani musicali scaricati dai siti legali come Movielink.com (che fra l'altro è accessibile solo dagli USA, come volevasi dimostrare).
In sostanza, la diffusione dei sistemi anticopia consente finalmente ai detentori dei diritti di esercitare appieno questi superpoteri sinora negati, e questo cambia drammaticamente le carte in tavola. I brani digitali protetti possono essere disattivati a distanza e hanno comunque una data di scadenza intrinseca: infatti dipendono da formati proprietari, da un sistema operativo specifico e da un hardware specifico, che fra pochi anni saranno obsoleti e non più disponibili, e non possono essere trasferiti ad altro supporto (se non ricorrendo alla pirateria), perché sono cifrati. La cultura diventa revocabile.
Chissà come saranno contenti gli storici del futuro, quando non potranno studiare la musica, i film e i libri digitali del nostro secolo perché non sarà possibile sproteggerli: i supporti esisteranno ancora, e i singoli bit saranno perfettamente leggibili, ma non ci sarà modo di decodificarli, perché si saranno perse le chiavi di accesso.
Ray Bradbury aveva intuito uno scenario del genere nel suo celebre Fahrenheit 451, ma aveva sbagliato nemico: pensava che sarebbero stati i governi totalitari a irrompere nelle case per bruciare i libri in modo da cancellarne il contenuto e infine il ricordo. Mai si sarebbe sognato che sarebbero stati invece i magnati dei media.
Amanuensi del computer
Nel romanzo di Bradbury, la cultura sopravviveva agli anni bui grazie a persone che imparavano a memoria i libri, mettendoli così al riparo dai lanciafiamme del regime, in attesa di tempi più illuminati. Anche nel nostro caso qualcuno, grazie al cielo, si sta adoperando per preservare la nostra cultura e tramandarla ai posteri nonostante i tentativi di imbrigliarla. L'ironia della situazione è che questo "qualcuno" non è un'istituzione, una biblioteca o un ente governativo: è un pirata informatico.
Infatti le copie pirata di film e DVD non contengono codici di protezione, e usano formati non proprietari per consentirne la massima diffusione. Quei formati sono indipendenti dal sistema operativo e sono pienamente documentati, per cui per le generazioni future sarà banale ricreare la tecnologia per leggerli. Lo stesso non si può dire per i formati benedetti dai grandi gruppi dell'industria del disco e del cinema, che ambiscono anche a blindare l'hardware, con soluzioni come TCPA e l'imminente Palladium.
Come gli amanuensi nel medioevo, questi mastri masterizzatori creano copie delle opere, che così non andranno perse per colpa della miopia collettiva di un'epoca. Certo non è questo lo scopo primario delle loro duplicazioni, ma è un gradevole effetto collaterale da non sottovalutare.
Siamo arrivati all'assurdo che l'unico modo che ha un consumatore onesto di tutelare il proprio investimento, non solo economico ma soprattutto culturale, è ricorrere alla pirateria; magari a quella "fai da te", ma pur sempre pirateria agli occhi della legge. E quando una legge spinge il cittadino a commettere illegalità non per tutelare le proprie comodità, ma addirittura per difendere la propria cultura, vuol dire che c'è qualcosa che non va nella legge.
Reo di aver scassinato il proprio PC
Che ci sia qualcosa che non va è particolarmente lampante per Jon Johansen, un ragazzo norvegese che da tre anni è sotto processo perché ha scritto DeCSS, un programma che gli consentiva di vedere sul suo computer Linux un DVD da lui regolarmente acquistato.
Sì, avete letto bene. Ravvisate forse un crimine in quello che ho descritto? Eppure c'è, secondo l'MPAA, l'onnipotente associazione cinematografica americana, perché DeCSS sblocca la cifratura dei DVD, facilitandone quindi indirettamente la duplicazione abusiva. Johansen non ha duplicato alcun DVD (infatti non è di questo che è accusato), ha sbloccato la cifratura di un DVD di cui è legittimo proprietario, e lo sblocco della cifratura è una normale procedura eseguita da ogni software di lettura per DVD, ma sono naturalmente dettagli del tutto irrilevanti, secondo l'MPAA.
L'opposizione degli informatici ai sistemi anticopia si è basata finora su obiezioni che lasciano piuttosto indifferente l'opinione pubblica ("Non puoi suonare il DVD sul tuo personal computer sotto Linux? Oh poverino, usa Windows o comprati un lettore separato come le persone normali e vai a sporcare più in là, grazie"). Così i discografici e i pezzi grossi del cinema hanno gioco facile nel difendere le loro nuove tecnologie: tutelano posti di lavoro, che diamine. Fa niente se risulta che i film più piratati sono sistematicamente anche i più acquistati in DVD.
Forse è ora di adottare un approccio un po' più incisivo e comprensibile, dicendo chiaro e tondo qual è il vero problema: lungi dall'essere una semplice scomodità per l'utente onesto, le tecnologie anticopia sono un crimine contro i nostri figli, perché non ci permettono di conservare e tramandare loro la nostra cultura.
Scettici? Ne riparliamo tra vent'anni.
(fonte: Paolo Attivissimo)