giovedì 30 dicembre 2010
Wikileaks e il bug del cloud computing
RIAA e Mastercard, la strana coppia del copyright
Roma - Le strategie sono ormai messe a punto, in attesa di affondo di massa che calerà su tutti quei siti che traggono profitto dal file sharing, legale o illegale che sia. Gli alti rappresentanti dell'industria culturale statunitense avrebbero strappato ad aziende del calibro di Visa e Mastercard un accordo per il blocco definitivo di tutte quelle transazioni destinate a servizi online macchiatisi di violazione del copyright.
Piattaforme come Megaupload, grande armadietto web dove è attualmente possibile conservare file troppo pesanti per essere scambiati con un semplice messaggio di posta elettronica. Un servizio legale poco apprezzato dalla Recording Industry Association of America (RIAA) e dalla Motion Picture Association of America (MPAA), in primis per un'assidua presenza di contenuti illeciti.
Grandi società specializzate nel trasferimento di denaro dovranno perciò stroncare l'intero business di servizi come Megaupload, mettendo fuori uso i circuiti per il pagamento di sottoscrizioni e inserzioni pubblicitarie. Una manovra potenzialmente letale per le sorti finanziarie della piattaforma, come sottolineato dagli stessi vertici di Megaupload che potrebbero così essere costretti a trovare nuovi canali di trasferimento.C'è un però. Megaupload rimane - come ad esempio YouTube - un servizio perfettamente lecito, che offre ai vari detentori dei diritti la possibilità di richiedere la rimozione di un contenuto secondo i dettami del Digital Millennium Copyright Act (DMCA). L'accordo tra RIAA, MPAA e Mastercard fornirebbe un ulteriore prova dell'atteggiamento assunto dall'industria del copyright statunitense.
Il riferimento è ovviamente al famigerato disegno di legge noto come Combating Online Infringement and Counterfeits Act (COICA), che porterebbe ad un vero e proprio embargo di tutti quei siti in violazione del diritto d'autore. Sono già svariati i casi di servizi chiusi dalle autorità federali senza il minimo preavviso ai rispettivi gestori, senza alcuna richiesta in base ai tradizionali dettami del DMCA.
Non solo. Come sottolineato dagli stessi vertici di Megaupload, soggetti privati come Mastercard potrebbero trasformarsi da meri canali di pagamento a veri e propri poliziotti del web. Impossibile lasciare da parte l'ultima vicenda che ha coinvolto il sito delle soffiate Wikileaks, bloccato da Visa e Mastercard perché ritenuto illecito dalle autorità a stelle e strisce.
"Megaupload conta su più di 100 milioni di utenti registrati - si può leggere in un comunicato ufficiale del servizio con base ad Hong Kong - e su 45 milioni di visitatori unici al giorno. Gli impiegati del 70 per cento delle 500 più grandi aziende secondo Fortune hanno registrato un account. Ospitiamo un miliardo di file del tutto legali. Documenti, copie di backup, fotografie, tutto. Se Mastercard è contro Megaupload allora sarà un loro problema, non nostro".
sabato 25 dicembre 2010
Microsoft archivia l'Office Genuine Advantage
lunedì 20 dicembre 2010
La SAN di HP ha una backdoor segreta
giovedì 16 dicembre 2010
Stallman: Chrome OS e' roba da stupidi
Roma - Richard Stallman torna a parlare di cloud computing in occasione del lancio di prova di Google Chrome OS: ora come due anni fa, il creatore del progetto GNU e della Free Software Foundation non risparmia le critiche squalificando entrambe le idee (il cloud computing e Chrome OS) come "roba da stupidi". Chi salva i propri dati tra le nuvole telematiche perde per sempre la capacità di esercitarvi il legittimo controllo, dice Stallman.
Stallman aveva già squalificato il cloud computing descrivendolo come una via di mezzo tra "una stupidaggine" e "una campagna di marketing". E ora che Google si è ritagliata il posto di alfiere del computing server-centrico, Mr.GNU ribadisce il concetto ed esprime nuova preoccupazione per le conseguenze che a distribuzione di Chrome OS potrebbe portare con sé.
Al centro del problema c'è sempre la perdita di controllo sui propri dati: "Negli Stati Uniti - dice Stallman al Guardian - perdi addirittura i diritti legai se salvi i tuoi dati su una macchina di un'azienda invece di una di tua proprietà. La polizia ha bisogno di mostrarti un mandato di perquisizione per farsi consegnare i dati da te; ma se i dati sono salvati in un server esterno, le forze dell'ordine possono ottenerli senza nemmeno fartelo presente", o senza presentarsi con un mandato presso gli uffici dell'azienda in oggetto.Stallman descrive ancora il cloud computing come "un termine pubblicitario privo di un significato reale", una trovata dei markettari di Google e aziende similari che indica piuttosto "un'attitudine" verso il "careless computing" o la tendenza a non dare il giusto peso alla gestione diretta delle proprie informazioni sensibili e/o personali.
E il "careless computing" continuerà a guadagnare adepti, avverte il guru del movimento FOSS, perché "nasce uno stupido ogni minuto". Anche il governo USA è più che interessato a incoraggiare tale tendenza, dice Stallman, così da avere la possibilità di ficcare il naso negli affari dei netizen nordamericani senza dover richiedere il consenso preventivo come prevede la legge.
Le dure parole di biasimo di Stallman fanno il paio con la ritrosia più volte espressa da John Dvorak verso le nuvole di Google - o di qualunque altra azienda attiva nel settore. Nel suo ultimo intervento sull'argomento, il columnist di PC Magazine (ora PCMag.com) mette in parallelo il debutto pubblico di Chrome OS con il "sogno" infranto del network computer, progetto non a caso nato quando Eric Schmidt (attuale CEO di Google) rivestiva il ruolo di CTO presso Sun.
Come si sopravvive alla minaccia del cloud computing contro la riservatezza, e il diritto a farsi i legittimi fatti propri fuori dal controllo invasivo di Internet e dei server remoti? Stallman dice che "finché saremo abbastanza a mantenere il controllo sui nostri dati, avremo ancora questa possibilità. Ed è meglio impegnarsi affinché tale possibilità non sparisca".
Wikileaks: Berlusconi voleva censurare Internet
Tra i documenti rivelati da Wikileaks ce n'è uno che dà voce alle preoccupazioni dell'ambasciatore americano David Thorne circa il decreto Romani approvato lo scorso marzo.
Gli Stati Uniti esprimono un punto di vista che riprende le perplessità che anche noi esprimevamo a suo tempo, in particolare per quanto riguarda il sospetto di "favori" concessi a Mediaset dalla legge.
Alcune voci parevano infatti create per ostacolare Sky, quale concorrente di Mediaset, a tutto vantaggio di quest'ultima.
L'ambasciatore americano, sentendosi protetto da quelli che avrebbero dovuto restare documenti segreti, senza alcuna remora afferma che il decreto "sembra favorire Mediaset a svantaggio di Sky, uno dei suoi maggiori concorrenti" e rivela che "funzionari di Sky ci hanno detto che il viceministro Romani sta guidando gli sforzi all'interno del governo italiano per aiutare Mediaset di Berlusconi e per mettere Sky in svantaggio. Questo è uno schema familiare: Berlusconi e Mediaset hanno usato il potere del governo in questo modo sin dai tempi di Bettino Craxi".
Il documento di Wikileaks porta la data di febbraio, mentre il decreto ricevette l'approvazione definitiva soltanto a marzo: questo spiega perché l'America faccia riferimento a parti della normativa che sono state in seguito eliminate, pur mantenendo alcune "zone grigie".
La parte che riguarda il controllo su Internet, infatti, preoccupava fortemente gli Stati Uniti: "La legge sembra essere stata scritta per dare margini di manovra al governo per censurare o bloccare qualsiasi contenuto su Internet ritenuto diffamatorio o del quale si pensi possa incoraggiare l'attività criminale" commentava l'ambasciatore.
Tutto ciò non solo avrebbe rappresentato un grave problema in sé ma fornirebbe un precedente cui la Cina avrebbe potuto appoggiarsi per giustificare un'estensione ulteriore della censura locale, giustificandosi citando la legislazione di un Paese occidentale.
"Berlusconi vuole censurare Internet" - diceva Thorne - "per favorire le proprie imprese commerciali e zittire la concorrenza politica".
Telelavoro, un affare assicurato per tutti
Le teste d'uovo della George Washington University, aggregando i dati disponibili da una molteplicità di fonti, hanno redatto un rapporto intitolato Workshifting Benefits: The Bottom Line e pubblicato da Telework Research Network's (TRN) secondo cui almeno il 40% dei dipendenti potrebbe lavorare a domicilio per buona parte della settimana.
Dalla ricerca emerge anche che quasi 4/5 degli intervistati avrebbero espresso il proprio consenso, mentre si stima che da canto loro almeno il 30% delle imprese incentiverà il telelavoro entro il prossimo decennio. Da qui l'interesse a stimare concretamente il rapporto costo/benefici per tutti i soggetti coinvolti.
Per ora il rapporto non ha preso in considerazione l'impatto ambientale - che sarebbe senz'altro positivo - né l'attuale penosa mancanza di banda larga per le TLC, limitandosi a una stima percentuale relativa ai risparmi derivanti da lavoro a domicilio per la metà dell'orario settimanale.
Concretamente, la produttività individuale salirebbe del 27% anche in ragione di una drastica riduzione dell'assenteismo; vi sarebbe poi una riduzione del 18% circa dei costi amministrativi diretti e un ulteriore risparmio sui costi di mensa, pulizia e trasporto.
In totale, il risparmio stimato sarebbe di circa 15.800 dollari annui - cioè poco meno di 11.700 euro annui ogni 100 dipendenti - di cui i 2/3 andrebbero all'impresa, poco meno del 33% ai dipendenti e il restante all'intera comunità sotto forma di risparmio energetico e salvaguardia ambientale.
Di per sé le cifre in gioco sembrerebbero poco importanti, ma se riferite ad esempio a un milione di lavoratori acquistano subito il peso di una pesante manovra correttiva del bilancio statale.
Superfluo quindi (ma sino a quando inutile?) richiamare ancora una volta l'attenzione dei governanti sull'indifferibile esigenza di uno sviluppo tecnologico nelle telecomunicazioni che cessi di privilegiare gli intrattenimenti televisivi e i soliti gigioni amici degli amici.Google ti capisce
Roma - Google vuole sentirci chiaro: ha attivato una nuova opzione di riconoscimento personalizzato per il suo servizio di comandi vocali Android Voice Search, che da ora dovrebbe essere in grado di migliorarsi con l'utilizzo e modellarsi sulla pronuncia e la tonalità di voce del singolo utente.
Disponibile per il momento solo per l'inglese e negli Stati Uniti, la soluzione trovata mostra un altro modo in cui Mountain View può sfruttare il cloud computing: gli utenti Android che sottoscriveranno l'ultima versione di Voice Search daranno il permesso di collegare la propria voce al loro account.
A questo punto il servizio inizierà a conservare sui server di Google le richieste vocali effettuate e da esse inizierà e studiare la voce dell'utente con le sue tonalità e la sua pronuncia, estrapolando da essa un modello di discorso ritagliato sull'utente e che gli permette di migliorare con l'esperienza la comprensione delle richieste effettuate. Il tutto, dice Google, con una linea di apprendimento "abbastanza veloce" e costante.
Amazon, Wikileaks e le brutte notizie per il cloud
Bisognerà forse preoccuparsi per attacchi provenienti direttamente dal fornitore?
Il caso Wikileaks sta aprendo nuovi fronti di discussione anche rispetto allo stato della contrattualistica.
'Il fornitore ha tagliato i servizi cloud, rendendo il cliente inaccessibile su Internet', ha dichiarato Joseph Reger, Chief Technology Officer di Fujitsu Technology Solutions; 'adesso molti potenziali clienti saranno costretti a riconsiderare se possono permettersi di mettere la loro It nelle mani di un terzo'.
Le informazioni provengono da un interessante articolo del Wall Street Journal a firma di Ben Rooney.
Secondo Amazon, WikiLeaks avrebbe violato i termini e le condizioni del contratto ed è possibile che il fornitore riesca a provare le sue accuse."
mercoledì 15 dicembre 2010
Richard Stallman contro Chrome OS e cloud computing
Warner Bros: il P2P favorisce il cinema
martedì 14 dicembre 2010
Scrittrice critica la pirateria degli e-book ma scarica gli Mp3
Anne B. Ragde è una scrittrice norvegese, autrice di libri per bambini e ragazzi.
Di recente ha avuto modo, tramite un'intervista concessa a un quotidiano, di dire la propria contro la pirateria, in particolare - ovviamente - contro quella dei libri elettronici.
"La pirateria mi fa una paura da morire. Non so che dire. Di notte non dormo a causa sua" ha dichiarato la scrittrice, precisando di aver calcolato di aver perso "mezzo milione di corone (circa 63.000 euro) per colpa della copie pirata dei miei libri, e forse di più".
Ci si aspetterebbe che una persona così atterrita dalla sola idea della pirateria abbia di conseguenza un comportamento integerrimo, tanto più se la stessa persona ha dichiarato "Non riesco nemmeno a concepire l'idea che qualcuno rubi qualcosa. Penso ai musicisti norvegesi che tengono concerti dal vivo. Non abbiamo altro su cui vivere se non i prodotti fisici".
Invece, Anne Ragde ha le proprie debolezze. Per esempio, nella stessa intervista ammette con una certa facilità di aver acquistato una falsa borsa di Prada. Perché? Perché l'originale costa troppo, il che è esattamente la stessa motivazione che accampa chi pirata gli e-book.
Le sorprese però non finiscono qui. Durante l'intervista, infatti, il figlio della scrittrice, Jo, viene per così dire in aiuto della memoria della madre, ricordandole senza mezzi termini: "Hai piratato una collezione di MP3. Abbiamo copiato le prime 1500 canzoni da un posto e altre 300 da un altro".
La povera paladina della legalità non ha potuto far altro che ammettere: Sì. C'era parecchia roba sull'iPod" che tiene nel cottage usato per le vacanze.
In seguito alla pubblicazione dell'intervista la Ragde ha cercato di correggere il tiro, spiegando che le sue affermazioni erano state riportate fuori contesto e che in realtà la colpa delle canzoni pirata doveva ricadere sul figlio, mentre lei aveva sempre combattuto la pirateria musicale.
"Quello che c'è sull'iPod non rappresenta la mia relazione con l'industria musicale e i prodotti che genera. Io pago per la mia musica" ha dichiarato la scrittrice, promettendo che a Natale cancellerà tutti i brani presenti sull'iPod.
sabato 11 dicembre 2010
Il WWF crea il file che non si può stampare
mercoledì 8 dicembre 2010
Olanda, per la legalizzazione del P2P
Artisti olandesi propongono una licenza volontaria collettiva per compensare la condivisione dei contenuti audiovisivi tramite P2P. Attività che diverrebbe completamente legale per uso privato
La libertà dei consumatori su Internet è il diritto essenziale da proteggere, dicono le organizzazioni nel comunicato che annuncia la controproposta pro-P2P, e per questo si prevede la legalizzazione dei sistemi di condivisione in due fasi successive: nella prima l'imposta aggiuntiva attualmente presente sui supporti vergini verrà sostituita da una tassa sui dispositivi multimediali portatili e dell'elettronica di consumo in grado di riprodurre i contenuti.
Smartphone, iPod, lettori MP3 e televisori verrebbero a costare cinque euro in più, dice la proposta, e il denaro raccolto con la nuova tassa andrebbe equamente ripartito tra artisti e proprietari del diritto d'autore. Resterebbero fuori dalla legalizzazione i contenuti come ebook, software e videogiochi.Quando infine il P2P sarà diventato ancora più diffuso e comune di quanto lo sia adesso, dicono gli artisti, la tassa aggiuntiva verrà trasformata in un contributo generale da addebitare alla somma necessaria a pagare la connessione a Internet. Il P2P per scopi commerciali resterà escluso dalla legalizzazione, dicono le organizzazioni.
La licenza volontaria collettiva in salsa olandese dovrà ovviamente scontrarsi con la ritrosia dell'industria dei contenuti, per non parlare di chi ha iniziato a fare del business con contenuti digitali "legittimi", chi sviluppa dispositivi multimediali e gli ISP. Resta lo spiraglio di un'evoluzione delle leggi olandesi in direzione progressista, processo favorito da sentenze come quella che ha recentemente stabilito la convenienza dei download illegali rispetto al contrasto del download a scrocco.
Guai per l'avvocato del P2P
Guai per l'avvocato del P2P
Il braccio legale dello U.S. Copyright Group si fionda contro Graham Syfert, reo di aver offerto a circa 6mila utenti un pacchetto di documenti per l'autodifesa in aula. Chiesto un risarcimento di 5mila dollari per 19 torrentisti
L'obiettivo principale della società legale Dunlap, Grubb & Weaver - braccio armato dello stesso U.S. Copyright Group - consisteva nel trascinare a Washington D.C. circa 6mila utenti, tutti responsabili di violazione del diritto d'autore a mezzo file sharing. Ciascuno di loro avrebbe dovuto pagare una somma pari a 2500 dollari.
In soccorso dei netizen erano subito corsi gli attivisti di Electronic Frontier Foundation (EFF), pubblicando online una lista di avvocati disponibili per la difesa in tribunale. Ma gli utenti accusati avevano presto scoperto un'amara verità: i prezzi medi per ottenere i servigi legali erano simili (se non superiori) alla cifra da pagare ai detentori dei diritti.Nella lista di EFF era però presente un uomo, un avvocato di nome Graham Syfert. Syfert offriva ai netizen una ben più economica soluzione alternativa, un pacchetto di documenti utile per l'auto-difesa in aula. Scartoffie in legalese al prezzo praticamente imbattibile di 9,99 dollari.
Una ventina di utenti aveva afferrato al volo l'offerta speciale - attualmente il prezzo è lievitato a 19,95 dollari - iniziando in sostanza a prepararsi per il dibattimento in aula. Il pacchetto era addirittura finito online, condiviso sulle reti che avevano messo nei guai circa 6mila scariconi.
Ma alla società legale Dunlap, Grubb & Weaver l'offerta dell'avvocato Syfert non è piaciuta affatto. L'uomo è stato infatti denunciato per conto dello U.S. Copyright Group, dal momento che avrebbe causato ingenti danni alla stessa società legale statunitense. Precisamente, l'auto-difesa di 19 utenti sarebbe costata qualcosa come 5mila dollari.
Syfert ha però rigettato le accuse, definendole completamente prive di senso. Lo U.S. Copyright Group l'avrebbe in sostanza denunciato per paura di dover ricorrere ad ulteriori spese legali, per continuare la lotta armata contro i cattivoni del P2P.
venerdì 3 dicembre 2010
P2P, caccia agli avvoltoi del copyright
Roma - Una tempesta d'accuse, scatenata in una class action avviata in terra statunitense. A guidarla è il cittadino della Rete Dmitrity Shirokov, tra le migliaia di utenti finiti nel mirino dello U.S. Copyright Group per aver scaricato illegalmente film indipendenti come Far Cry e Gray Man. E Shirokov ha individuato nella società legale Dunlap, Grubb & Weaver (DGB) l'origine dei suoi problemi con la giustizia a stelle e strisce.
Basata in Virginia, la squadra di avvocati di DGB è riuscita nel corso degli ultimi anni a conquistarsi il ruolo primario di braccio armato dello U.S. Copyright Group. La società legale ha in sostanza provveduto dagli inizi del 2010 a trascinare in tribunale quasi 20mila scariconi del P2P. Molti di questi indicati precedentemente dai vari detentori dei diritti, tra cui anche Voltage Pictures, casa di produzione del premiatissimo film The Hurt Locker.
Quella messa in piedi da DGB sarebbe tuttavia una vera e propria rete a sfondo criminoso, almeno secondo le accuse contenute in un documento di 96 pagine depositato per conto del netizen Dmitrity Shirokov. La società statunitense avrebbe in pratica abusato delle attuali leggi a tutela del copyright, oltre che architettato un racket per estorcere denaro agli utenti. I vari torrentisti sono attualmente attesi da una possibile condanna a versare una cifra di 2500 dollari ciascuno.Sempre secondo i dettagli della class action, i vertici di DGB avrebbero confermato l'effettiva detenzione del copyright relativo a Far Cry solo alla metà dello scorso gennaio. Registrando tutti i documenti necessari presso il Copyright Office. Peccato che il film fosse uscito nelle sale due anni prima, poi distribuito in DVD nel 2009. La registrazione da parte di DGB sarebbe dunque avvenuta solo dopo il downloading ripetuto da parte degli utenti.
E non è tutto. La stessa società legale statunitense avrebbe mentito al Copyright Office sostenendo che la registrazione fosse stata ordinata dal regista Uwe Boll. Tutto ciò sarebbe stato fatto per evitare che le leggi statunitensi obbligassero gli utenti a pagare esclusivamente in base ai danni subiti dall'industria. Ovvero calcolando il prezzo di circa 26 dollari del DVD di Far Cry.
Mauro Vecchio