giovedì 30 dicembre 2010
Wikileaks e il bug del cloud computing
RIAA e Mastercard, la strana coppia del copyright
Roma - Le strategie sono ormai messe a punto, in attesa di affondo di massa che calerà su tutti quei siti che traggono profitto dal file sharing, legale o illegale che sia. Gli alti rappresentanti dell'industria culturale statunitense avrebbero strappato ad aziende del calibro di Visa e Mastercard un accordo per il blocco definitivo di tutte quelle transazioni destinate a servizi online macchiatisi di violazione del copyright.
Piattaforme come Megaupload, grande armadietto web dove è attualmente possibile conservare file troppo pesanti per essere scambiati con un semplice messaggio di posta elettronica. Un servizio legale poco apprezzato dalla Recording Industry Association of America (RIAA) e dalla Motion Picture Association of America (MPAA), in primis per un'assidua presenza di contenuti illeciti.
Grandi società specializzate nel trasferimento di denaro dovranno perciò stroncare l'intero business di servizi come Megaupload, mettendo fuori uso i circuiti per il pagamento di sottoscrizioni e inserzioni pubblicitarie. Una manovra potenzialmente letale per le sorti finanziarie della piattaforma, come sottolineato dagli stessi vertici di Megaupload che potrebbero così essere costretti a trovare nuovi canali di trasferimento.C'è un però. Megaupload rimane - come ad esempio YouTube - un servizio perfettamente lecito, che offre ai vari detentori dei diritti la possibilità di richiedere la rimozione di un contenuto secondo i dettami del Digital Millennium Copyright Act (DMCA). L'accordo tra RIAA, MPAA e Mastercard fornirebbe un ulteriore prova dell'atteggiamento assunto dall'industria del copyright statunitense.
Il riferimento è ovviamente al famigerato disegno di legge noto come Combating Online Infringement and Counterfeits Act (COICA), che porterebbe ad un vero e proprio embargo di tutti quei siti in violazione del diritto d'autore. Sono già svariati i casi di servizi chiusi dalle autorità federali senza il minimo preavviso ai rispettivi gestori, senza alcuna richiesta in base ai tradizionali dettami del DMCA.
Non solo. Come sottolineato dagli stessi vertici di Megaupload, soggetti privati come Mastercard potrebbero trasformarsi da meri canali di pagamento a veri e propri poliziotti del web. Impossibile lasciare da parte l'ultima vicenda che ha coinvolto il sito delle soffiate Wikileaks, bloccato da Visa e Mastercard perché ritenuto illecito dalle autorità a stelle e strisce.
"Megaupload conta su più di 100 milioni di utenti registrati - si può leggere in un comunicato ufficiale del servizio con base ad Hong Kong - e su 45 milioni di visitatori unici al giorno. Gli impiegati del 70 per cento delle 500 più grandi aziende secondo Fortune hanno registrato un account. Ospitiamo un miliardo di file del tutto legali. Documenti, copie di backup, fotografie, tutto. Se Mastercard è contro Megaupload allora sarà un loro problema, non nostro".
sabato 25 dicembre 2010
Microsoft archivia l'Office Genuine Advantage
lunedì 20 dicembre 2010
La SAN di HP ha una backdoor segreta
giovedì 16 dicembre 2010
Stallman: Chrome OS e' roba da stupidi
Roma - Richard Stallman torna a parlare di cloud computing in occasione del lancio di prova di Google Chrome OS: ora come due anni fa, il creatore del progetto GNU e della Free Software Foundation non risparmia le critiche squalificando entrambe le idee (il cloud computing e Chrome OS) come "roba da stupidi". Chi salva i propri dati tra le nuvole telematiche perde per sempre la capacità di esercitarvi il legittimo controllo, dice Stallman.
Stallman aveva già squalificato il cloud computing descrivendolo come una via di mezzo tra "una stupidaggine" e "una campagna di marketing". E ora che Google si è ritagliata il posto di alfiere del computing server-centrico, Mr.GNU ribadisce il concetto ed esprime nuova preoccupazione per le conseguenze che a distribuzione di Chrome OS potrebbe portare con sé.
Al centro del problema c'è sempre la perdita di controllo sui propri dati: "Negli Stati Uniti - dice Stallman al Guardian - perdi addirittura i diritti legai se salvi i tuoi dati su una macchina di un'azienda invece di una di tua proprietà. La polizia ha bisogno di mostrarti un mandato di perquisizione per farsi consegnare i dati da te; ma se i dati sono salvati in un server esterno, le forze dell'ordine possono ottenerli senza nemmeno fartelo presente", o senza presentarsi con un mandato presso gli uffici dell'azienda in oggetto.Stallman descrive ancora il cloud computing come "un termine pubblicitario privo di un significato reale", una trovata dei markettari di Google e aziende similari che indica piuttosto "un'attitudine" verso il "careless computing" o la tendenza a non dare il giusto peso alla gestione diretta delle proprie informazioni sensibili e/o personali.
E il "careless computing" continuerà a guadagnare adepti, avverte il guru del movimento FOSS, perché "nasce uno stupido ogni minuto". Anche il governo USA è più che interessato a incoraggiare tale tendenza, dice Stallman, così da avere la possibilità di ficcare il naso negli affari dei netizen nordamericani senza dover richiedere il consenso preventivo come prevede la legge.
Le dure parole di biasimo di Stallman fanno il paio con la ritrosia più volte espressa da John Dvorak verso le nuvole di Google - o di qualunque altra azienda attiva nel settore. Nel suo ultimo intervento sull'argomento, il columnist di PC Magazine (ora PCMag.com) mette in parallelo il debutto pubblico di Chrome OS con il "sogno" infranto del network computer, progetto non a caso nato quando Eric Schmidt (attuale CEO di Google) rivestiva il ruolo di CTO presso Sun.
Come si sopravvive alla minaccia del cloud computing contro la riservatezza, e il diritto a farsi i legittimi fatti propri fuori dal controllo invasivo di Internet e dei server remoti? Stallman dice che "finché saremo abbastanza a mantenere il controllo sui nostri dati, avremo ancora questa possibilità. Ed è meglio impegnarsi affinché tale possibilità non sparisca".
Wikileaks: Berlusconi voleva censurare Internet
Tra i documenti rivelati da Wikileaks ce n'è uno che dà voce alle preoccupazioni dell'ambasciatore americano David Thorne circa il decreto Romani approvato lo scorso marzo.
Gli Stati Uniti esprimono un punto di vista che riprende le perplessità che anche noi esprimevamo a suo tempo, in particolare per quanto riguarda il sospetto di "favori" concessi a Mediaset dalla legge.
Alcune voci parevano infatti create per ostacolare Sky, quale concorrente di Mediaset, a tutto vantaggio di quest'ultima.
L'ambasciatore americano, sentendosi protetto da quelli che avrebbero dovuto restare documenti segreti, senza alcuna remora afferma che il decreto "sembra favorire Mediaset a svantaggio di Sky, uno dei suoi maggiori concorrenti" e rivela che "funzionari di Sky ci hanno detto che il viceministro Romani sta guidando gli sforzi all'interno del governo italiano per aiutare Mediaset di Berlusconi e per mettere Sky in svantaggio. Questo è uno schema familiare: Berlusconi e Mediaset hanno usato il potere del governo in questo modo sin dai tempi di Bettino Craxi".
Il documento di Wikileaks porta la data di febbraio, mentre il decreto ricevette l'approvazione definitiva soltanto a marzo: questo spiega perché l'America faccia riferimento a parti della normativa che sono state in seguito eliminate, pur mantenendo alcune "zone grigie".
La parte che riguarda il controllo su Internet, infatti, preoccupava fortemente gli Stati Uniti: "La legge sembra essere stata scritta per dare margini di manovra al governo per censurare o bloccare qualsiasi contenuto su Internet ritenuto diffamatorio o del quale si pensi possa incoraggiare l'attività criminale" commentava l'ambasciatore.
Tutto ciò non solo avrebbe rappresentato un grave problema in sé ma fornirebbe un precedente cui la Cina avrebbe potuto appoggiarsi per giustificare un'estensione ulteriore della censura locale, giustificandosi citando la legislazione di un Paese occidentale.
"Berlusconi vuole censurare Internet" - diceva Thorne - "per favorire le proprie imprese commerciali e zittire la concorrenza politica".
Telelavoro, un affare assicurato per tutti
Le teste d'uovo della George Washington University, aggregando i dati disponibili da una molteplicità di fonti, hanno redatto un rapporto intitolato Workshifting Benefits: The Bottom Line e pubblicato da Telework Research Network's (TRN) secondo cui almeno il 40% dei dipendenti potrebbe lavorare a domicilio per buona parte della settimana.
Dalla ricerca emerge anche che quasi 4/5 degli intervistati avrebbero espresso il proprio consenso, mentre si stima che da canto loro almeno il 30% delle imprese incentiverà il telelavoro entro il prossimo decennio. Da qui l'interesse a stimare concretamente il rapporto costo/benefici per tutti i soggetti coinvolti.
Per ora il rapporto non ha preso in considerazione l'impatto ambientale - che sarebbe senz'altro positivo - né l'attuale penosa mancanza di banda larga per le TLC, limitandosi a una stima percentuale relativa ai risparmi derivanti da lavoro a domicilio per la metà dell'orario settimanale.
Concretamente, la produttività individuale salirebbe del 27% anche in ragione di una drastica riduzione dell'assenteismo; vi sarebbe poi una riduzione del 18% circa dei costi amministrativi diretti e un ulteriore risparmio sui costi di mensa, pulizia e trasporto.
In totale, il risparmio stimato sarebbe di circa 15.800 dollari annui - cioè poco meno di 11.700 euro annui ogni 100 dipendenti - di cui i 2/3 andrebbero all'impresa, poco meno del 33% ai dipendenti e il restante all'intera comunità sotto forma di risparmio energetico e salvaguardia ambientale.
Di per sé le cifre in gioco sembrerebbero poco importanti, ma se riferite ad esempio a un milione di lavoratori acquistano subito il peso di una pesante manovra correttiva del bilancio statale.
Superfluo quindi (ma sino a quando inutile?) richiamare ancora una volta l'attenzione dei governanti sull'indifferibile esigenza di uno sviluppo tecnologico nelle telecomunicazioni che cessi di privilegiare gli intrattenimenti televisivi e i soliti gigioni amici degli amici.Google ti capisce
Roma - Google vuole sentirci chiaro: ha attivato una nuova opzione di riconoscimento personalizzato per il suo servizio di comandi vocali Android Voice Search, che da ora dovrebbe essere in grado di migliorarsi con l'utilizzo e modellarsi sulla pronuncia e la tonalità di voce del singolo utente.
Disponibile per il momento solo per l'inglese e negli Stati Uniti, la soluzione trovata mostra un altro modo in cui Mountain View può sfruttare il cloud computing: gli utenti Android che sottoscriveranno l'ultima versione di Voice Search daranno il permesso di collegare la propria voce al loro account.
A questo punto il servizio inizierà a conservare sui server di Google le richieste vocali effettuate e da esse inizierà e studiare la voce dell'utente con le sue tonalità e la sua pronuncia, estrapolando da essa un modello di discorso ritagliato sull'utente e che gli permette di migliorare con l'esperienza la comprensione delle richieste effettuate. Il tutto, dice Google, con una linea di apprendimento "abbastanza veloce" e costante.
Amazon, Wikileaks e le brutte notizie per il cloud
Bisognerà forse preoccuparsi per attacchi provenienti direttamente dal fornitore?
Il caso Wikileaks sta aprendo nuovi fronti di discussione anche rispetto allo stato della contrattualistica.
'Il fornitore ha tagliato i servizi cloud, rendendo il cliente inaccessibile su Internet', ha dichiarato Joseph Reger, Chief Technology Officer di Fujitsu Technology Solutions; 'adesso molti potenziali clienti saranno costretti a riconsiderare se possono permettersi di mettere la loro It nelle mani di un terzo'.
Le informazioni provengono da un interessante articolo del Wall Street Journal a firma di Ben Rooney.
Secondo Amazon, WikiLeaks avrebbe violato i termini e le condizioni del contratto ed è possibile che il fornitore riesca a provare le sue accuse."
mercoledì 15 dicembre 2010
Richard Stallman contro Chrome OS e cloud computing
Warner Bros: il P2P favorisce il cinema
martedì 14 dicembre 2010
Scrittrice critica la pirateria degli e-book ma scarica gli Mp3
Anne B. Ragde è una scrittrice norvegese, autrice di libri per bambini e ragazzi.
Di recente ha avuto modo, tramite un'intervista concessa a un quotidiano, di dire la propria contro la pirateria, in particolare - ovviamente - contro quella dei libri elettronici.
"La pirateria mi fa una paura da morire. Non so che dire. Di notte non dormo a causa sua" ha dichiarato la scrittrice, precisando di aver calcolato di aver perso "mezzo milione di corone (circa 63.000 euro) per colpa della copie pirata dei miei libri, e forse di più".
Ci si aspetterebbe che una persona così atterrita dalla sola idea della pirateria abbia di conseguenza un comportamento integerrimo, tanto più se la stessa persona ha dichiarato "Non riesco nemmeno a concepire l'idea che qualcuno rubi qualcosa. Penso ai musicisti norvegesi che tengono concerti dal vivo. Non abbiamo altro su cui vivere se non i prodotti fisici".
Invece, Anne Ragde ha le proprie debolezze. Per esempio, nella stessa intervista ammette con una certa facilità di aver acquistato una falsa borsa di Prada. Perché? Perché l'originale costa troppo, il che è esattamente la stessa motivazione che accampa chi pirata gli e-book.
Le sorprese però non finiscono qui. Durante l'intervista, infatti, il figlio della scrittrice, Jo, viene per così dire in aiuto della memoria della madre, ricordandole senza mezzi termini: "Hai piratato una collezione di MP3. Abbiamo copiato le prime 1500 canzoni da un posto e altre 300 da un altro".
La povera paladina della legalità non ha potuto far altro che ammettere: Sì. C'era parecchia roba sull'iPod" che tiene nel cottage usato per le vacanze.
In seguito alla pubblicazione dell'intervista la Ragde ha cercato di correggere il tiro, spiegando che le sue affermazioni erano state riportate fuori contesto e che in realtà la colpa delle canzoni pirata doveva ricadere sul figlio, mentre lei aveva sempre combattuto la pirateria musicale.
"Quello che c'è sull'iPod non rappresenta la mia relazione con l'industria musicale e i prodotti che genera. Io pago per la mia musica" ha dichiarato la scrittrice, promettendo che a Natale cancellerà tutti i brani presenti sull'iPod.
sabato 11 dicembre 2010
Il WWF crea il file che non si può stampare
mercoledì 8 dicembre 2010
Olanda, per la legalizzazione del P2P
Artisti olandesi propongono una licenza volontaria collettiva per compensare la condivisione dei contenuti audiovisivi tramite P2P. Attività che diverrebbe completamente legale per uso privato
La libertà dei consumatori su Internet è il diritto essenziale da proteggere, dicono le organizzazioni nel comunicato che annuncia la controproposta pro-P2P, e per questo si prevede la legalizzazione dei sistemi di condivisione in due fasi successive: nella prima l'imposta aggiuntiva attualmente presente sui supporti vergini verrà sostituita da una tassa sui dispositivi multimediali portatili e dell'elettronica di consumo in grado di riprodurre i contenuti.
Smartphone, iPod, lettori MP3 e televisori verrebbero a costare cinque euro in più, dice la proposta, e il denaro raccolto con la nuova tassa andrebbe equamente ripartito tra artisti e proprietari del diritto d'autore. Resterebbero fuori dalla legalizzazione i contenuti come ebook, software e videogiochi.Quando infine il P2P sarà diventato ancora più diffuso e comune di quanto lo sia adesso, dicono gli artisti, la tassa aggiuntiva verrà trasformata in un contributo generale da addebitare alla somma necessaria a pagare la connessione a Internet. Il P2P per scopi commerciali resterà escluso dalla legalizzazione, dicono le organizzazioni.
La licenza volontaria collettiva in salsa olandese dovrà ovviamente scontrarsi con la ritrosia dell'industria dei contenuti, per non parlare di chi ha iniziato a fare del business con contenuti digitali "legittimi", chi sviluppa dispositivi multimediali e gli ISP. Resta lo spiraglio di un'evoluzione delle leggi olandesi in direzione progressista, processo favorito da sentenze come quella che ha recentemente stabilito la convenienza dei download illegali rispetto al contrasto del download a scrocco.
Guai per l'avvocato del P2P
Guai per l'avvocato del P2P
Il braccio legale dello U.S. Copyright Group si fionda contro Graham Syfert, reo di aver offerto a circa 6mila utenti un pacchetto di documenti per l'autodifesa in aula. Chiesto un risarcimento di 5mila dollari per 19 torrentisti
L'obiettivo principale della società legale Dunlap, Grubb & Weaver - braccio armato dello stesso U.S. Copyright Group - consisteva nel trascinare a Washington D.C. circa 6mila utenti, tutti responsabili di violazione del diritto d'autore a mezzo file sharing. Ciascuno di loro avrebbe dovuto pagare una somma pari a 2500 dollari.
In soccorso dei netizen erano subito corsi gli attivisti di Electronic Frontier Foundation (EFF), pubblicando online una lista di avvocati disponibili per la difesa in tribunale. Ma gli utenti accusati avevano presto scoperto un'amara verità: i prezzi medi per ottenere i servigi legali erano simili (se non superiori) alla cifra da pagare ai detentori dei diritti.Nella lista di EFF era però presente un uomo, un avvocato di nome Graham Syfert. Syfert offriva ai netizen una ben più economica soluzione alternativa, un pacchetto di documenti utile per l'auto-difesa in aula. Scartoffie in legalese al prezzo praticamente imbattibile di 9,99 dollari.
Una ventina di utenti aveva afferrato al volo l'offerta speciale - attualmente il prezzo è lievitato a 19,95 dollari - iniziando in sostanza a prepararsi per il dibattimento in aula. Il pacchetto era addirittura finito online, condiviso sulle reti che avevano messo nei guai circa 6mila scariconi.
Ma alla società legale Dunlap, Grubb & Weaver l'offerta dell'avvocato Syfert non è piaciuta affatto. L'uomo è stato infatti denunciato per conto dello U.S. Copyright Group, dal momento che avrebbe causato ingenti danni alla stessa società legale statunitense. Precisamente, l'auto-difesa di 19 utenti sarebbe costata qualcosa come 5mila dollari.
Syfert ha però rigettato le accuse, definendole completamente prive di senso. Lo U.S. Copyright Group l'avrebbe in sostanza denunciato per paura di dover ricorrere ad ulteriori spese legali, per continuare la lotta armata contro i cattivoni del P2P.
venerdì 3 dicembre 2010
P2P, caccia agli avvoltoi del copyright
Roma - Una tempesta d'accuse, scatenata in una class action avviata in terra statunitense. A guidarla è il cittadino della Rete Dmitrity Shirokov, tra le migliaia di utenti finiti nel mirino dello U.S. Copyright Group per aver scaricato illegalmente film indipendenti come Far Cry e Gray Man. E Shirokov ha individuato nella società legale Dunlap, Grubb & Weaver (DGB) l'origine dei suoi problemi con la giustizia a stelle e strisce.
Basata in Virginia, la squadra di avvocati di DGB è riuscita nel corso degli ultimi anni a conquistarsi il ruolo primario di braccio armato dello U.S. Copyright Group. La società legale ha in sostanza provveduto dagli inizi del 2010 a trascinare in tribunale quasi 20mila scariconi del P2P. Molti di questi indicati precedentemente dai vari detentori dei diritti, tra cui anche Voltage Pictures, casa di produzione del premiatissimo film The Hurt Locker.
Quella messa in piedi da DGB sarebbe tuttavia una vera e propria rete a sfondo criminoso, almeno secondo le accuse contenute in un documento di 96 pagine depositato per conto del netizen Dmitrity Shirokov. La società statunitense avrebbe in pratica abusato delle attuali leggi a tutela del copyright, oltre che architettato un racket per estorcere denaro agli utenti. I vari torrentisti sono attualmente attesi da una possibile condanna a versare una cifra di 2500 dollari ciascuno.Sempre secondo i dettagli della class action, i vertici di DGB avrebbero confermato l'effettiva detenzione del copyright relativo a Far Cry solo alla metà dello scorso gennaio. Registrando tutti i documenti necessari presso il Copyright Office. Peccato che il film fosse uscito nelle sale due anni prima, poi distribuito in DVD nel 2009. La registrazione da parte di DGB sarebbe dunque avvenuta solo dopo il downloading ripetuto da parte degli utenti.
E non è tutto. La stessa società legale statunitense avrebbe mentito al Copyright Office sostenendo che la registrazione fosse stata ordinata dal regista Uwe Boll. Tutto ciò sarebbe stato fatto per evitare che le leggi statunitensi obbligassero gli utenti a pagare esclusivamente in base ai danni subiti dall'industria. Ovvero calcolando il prezzo di circa 26 dollari del DVD di Far Cry.
Mauro Vecchio
giovedì 25 novembre 2010
L’esilio virtuale di WikiLeaks
Ha apprezzato un po’ meno WikiLeaks che accusa il big dell’ecommerce mondiale di aver rinunciato al Primo Emandamento della Costituzione Americana che difende la libertà di espressione e di stampa. Il sito è comunque tornato di nuovo on line.
'Caso Easy Download': inizia il tam-tam sulla Rete
Nei giorni scorsi, dopo le tante segnalazioni ricevute da parte di singoli cittadini e dalle principali associazioni italiane che si occupano di difendere i diritti dei consumatori, l'AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha ritenuto scorrette le pratiche commerciali poste in essere dalla società inglese Eurocontent Ltd, responsabile della gestione del servizio "Easy Download" (ved., in proposito, questo articolo di approfondimento).
Nel dispositivo di 33 pagine, consultabile cliccando qui, l'AGCM ha rilevato come Eurocontent Ltd sfruttasse "articolati meccanismi mediante i quali ha indotto i consumatori a ritenere, contrariamente al vero, che i prodotti software presenti nel proprio sito Internet e generalmente disponibili gratuitamente in rete (quali Open Office, Opera, Adobe Acrobat Reader, VLC Media Player, ecc.) potessero essere scaricati senza alcun onere economico".
Adiconsum, una delle associazioni che operano a tutela del cittadino, ha promosso un'iniziativa che mira ad offrire uno strumento per segnalare la propria esperienza con "Easy Download" e tentare il recupero del danaro che fosse stato versato alla società. "Al fine di garantire la gestione transfrontaliera dei reclami, Adiconsum si è coordinata con il Centro Europeo Consumatori (CEC), Sportello incaricato dalla Commissione Europea per fornire assistenza e consulenza gratuita alle controversie transfrontaliere", ha fatto sapere l'associazione.
Pietro Giordano, segretario nazionale di Adiconsum, ha poi presentato un apposito modulo utile per inviare i dettagli relativi alla propria posizione.
Oltre a quella di Adiconsum, registriamo il commento dell'avvocato Tiziano Solignani che ha osservato come quanto deliberato dall’AGCM non abbia efficacia immediata e diretta nei rapporti tra "Easy Download" e gli utenti "avendolo solo per quanto riguarda la sanzione. Per ottenere il rimborso, i singoli «clienti» devono muoversi in proprio, aiutati sicuramente dalla decisione di AGCM che, però, è solo un primo passo", scrive Solignani. "Dalla parte degli utenti finali, il recupero si può presentare abbastanza difficoltoso e c’è da scommettere che molti utenti, specialmente quelli sprovvisti di una adeguata forma di tutela giudiziaria che paghi loro le spese legali, preferiranno abbandonare piuttosto che rischiare di spendere altri soldi. Una prima cosa che si può provare a fare è la classica raccomandata, in questo caso internazionale visto che la società responsabile è estera, ma se non si riceve risposta si deve poi, se si vuole coltivare ulteriormente la posizione, proseguire giudizialmente", ha aggiunto l'avvocato che, a questo indirizzo analizza dal punto di vista giuridico le opzioni percorribili.
I mille nomi della chiocciola
Roma - Si chiama proboscide d'elefante in Svezia, scimmia in Serbia e una parte delicata della scimmia in Olanda. Lumaca in Korea e piccolo topo a Taiwan. Si tratta delle molteplici e diversissime versioni dell'epica chiocciolina della email.
L'operoso simbolo "at", che quotidianamente permette l'invio di miliardi di mail, affonda le radici nel settore del commercio, un tempo usata solo da commercianti e ragionieri prima che il padre delle email, Raymond S. Tomlinson, la riciclasse nel 1971. Nonostante il suo creatore la definisca "solo una preposizione sulla tastiera", il suo significato assume valori e immagini diversi a seconda delle latitudini.
L'elenco dei termini di riferimento è davvero vario: sono presenti collegamenti con il cibo, parti del corpo, animali, molti di questi graficamente vicini alla forma di chiocciola. Per Karen Steffen Chung, professoressa associata di linguistica, inglese e fonetica presso la National Taiwan University di Taipei, si tratta di una specie di test di Rorschach, nel quale il linguaggio rivelerebbe attraverso i segni grafici riferimenti culturali importanti. "Il contenuto associato ai simboli è estremamente differente nelle diverse culture, motivo per il quale possono venire fuori cose bizzarre" conclude la studiosa.Il simbolo della nostra chiocciola è uno strudel in Israele e un filetto d'aringa in Repubblica Ceca; e ancora, una "sobachka" per cagnolini in Russia, una doppia alpha arricciata in Norvegia e, in Svezia, viene qualche volta chiamata col nome di "kanelbulle", dolce alla cannella tipico del posto. Gli svedesi, inoltre, presentano la lista più lunga di soprannomi, che include, tra gli altri, proboscide d'elefante, orecchio d'elefante, coda di scimmia, zampa di gatto e coda di gatto.
Affascinata dalle diverse idee associate al simbolo della chiocciola, una delle scoperte più curiose della professoressa Chan riguarda la varietà di termini presenti nella lingua serba. La parola "majmun" ne è un esempio: si tratta di una scimmia mutuata dalla Turchia e usata nelle versioni "majmunski rep" (coda di scimmia), "majmunsko-a" (monkey-ish). Alcuni paesi hanno parole ufficiali per indicare la proposizione "at": per lo Swedish Language Board, il termine riconosciuto è "snabel-a" (proboscide-a), da intendere "a" con proboscide di elefante. I giapponesi, famosi per la traduzione geograficamente tipica delle parole, usano "atto maaku", che significa semplicemente "at".
È probabile che Tomlinson non avesse in mente così tante versioni riferite alla "a commerciale" quando sviluppò il procollo per l'email. La sua unica decisione fu quella di apporre il simbolo "at" all'host name e allo username. Di certo non diede un significato specifico alla preposizione.
Cristina Sciannamblo
UK, indagini sugli avvoltoi del P2P
Roma - Tempo di contrappasso per la premiata ditta Davenport Lyons, lo studio legale che ha popolarizzato il contrasto agli utenti del P2P a mezzo di lettere minatorie nel Regno Unito. Due soci dello studio dovranno presto rendere conto del loro operato davanti al Solicitors Disciplinary Tribunal (SDT) britannico, organo di controllo non sembra particolarmente soddisfatto della condotta tenuta dai due avvocati in questi anni.
L'indagine dell'SDT nei confronti di David Gore e Brian Miller è stata avviata lo scorso marzo, e finalmente ora è nota anche la data dell'udienza fissata per il prossimo 31 maggio 2011. La principale accusa indirizzata a Gore e Miller è di aver "agito con noncuranza" chiedendo l'esborso monetario ai presunti utenti condivisori basando la pretesa sull'individuazione di un banale indirizzo IP.
Ma un indirizzo IP per sua natura corrisponde solo a una macchina, dicono dall'SDT, non può essere in alcun modo considerato come la prova provata della colpevolezza di utente e non tiene conto del possibile "dirottamento" della connessione tramite WiFi, l'utilizzo del PC da parte di un parente e così via.Gli avvocati dovrebbero essere sempre controllati nel loro agire e muoversi solo e soltanto in difesa degli interessi dei propri clienti, dicono dall'SDT, ma le lettere minatorie spedite da Davenport Lyons "indicano che i convenuti affrontavano l'impresa in proprio". "Il riferimento al revenue sharing - dice l'SDT - indica che i convenuti consideravano lo schema attraverso cui operavano come un sistema per generare profitto".
Davenport Lyons ha da tempo abbandonato la strada delle lettere minatorie contro gli utenti del P2P, generando scandalo e malcontento tra le organizzazioni dei consumatori e l'opinione pubblica britannica e internazionale. Lo studio legale ha appaltato il suo "business" di lettere minatorie ai "colleghi" di ACS:Law, ma anche per loro - e per il gran capo Andrew Crossley - si profila un prevedibile contrappasso nei mesi a venire.
Amazon è arrivato in Italia
A meno di una settimana dall'apparizione degli slogan pubblicitari, la versione italiana di Amazon ha aperto i battenti.
La presentazione è affidata a una lettera di Jeff Bezos, CEO di Amazon, il quale ricorda che la prima consegna italiana da un magazzino americano risale al lontano 3 agosto 1995.
Amazon Italia offre libri, musica, film, prodotti di elettronica, di informatica, giocattoli, elettrodomestici e orologi: grandi assenti sono il Kindle e la possibilità di scaricare contenuti multimediali (MP3, film e così via), ma probabilmente si tratta solo di una questione di tempo.
In occasione dell'apertura su oltre 2 milioni di libri viene praticato lo sconto del 30%. Sopra i 19 euro la spedizione è gratuita mentre a 8 euro è possibile ottenere l'invio a 24 ore.
C'è poi la possibilità di sottoscrivere Amazon Prime: in cambio di un abbonamento annuale pari a 9,99 euro si può ottenere la spedizione gratuita in due o tre giorni su milioni di articoli.
"Questo è solo l'inizio" scrive Bezos nella sua lettera: prossimamente vedremo che cosa abbia in serbo il negozio online più famoso, finalmente giunto nel nostro Paese.
P2P, quando il giudice perde la pazienza
La causa è quella che coinvolge un gruppo di detentori dei diritti - su Far Cry, Gray Man, Call of the Wild 3D, The Hurt Locker - che hanno deciso di approfittare dei "servigi" dello USCG per individuare e denunciare chi ha scaricato e condiviso online copie non autorizzate delle suddette opere.
I due casi su cui lo USCG ha incontrato le resistenze del giudice Rosemary Collier coinvolgono i produttori di Far Cry e The Steam Experiment: Collier aveva inizialmente stabilito il termine per la individuazione degli utenti accusati entro lo scorso luglio, estendendolo poi fino al 18 novembre. Ma al 18 novembre lo USCG ha chiesto l'ennesimo rinvio, ricevendo dal giudice un'ultima, limitata concessione fino al prossimo 5 dicembre.Purtroppo per lo USCG, il provider Time Warner ha ottenuto dalla corte la possibilità di individuare le persone a cui corrispondono le migliaia di IP sospetti fornite dall'organizzazione a un ritmo di 28 al mese, in virtù del costo insito in questo genere di indagine nei log registrati dalle strumentazioni dell'ISP.
USCG vorrebbe avere a disposizione i nomi dietro agli indirizzi IP per procedere con l'invio di missive individuali con la corrispondente richiesta di risarcimento danni (presunti), ma il giudice Collier ha deciso di stabilire un limite temporale e anche uno di natura territoriale: a USCG sarà concesso citare solo gli utenti individuati entro il 5 dicembre e solo quelli che ricadono sotto la sua giurisdizione.
Il vademecum per evitare i body scanner
Le questioni sollevate dalla presenza dei body scanner negli aeroporti statunitensi coinvolgono un numero sempre maggiore di persone.
Pare, infatti, che non tutti sappiano quali sono i propri diritti, e può persino capitare che il personale addetto alla sicurezza ecceda nel compiere il proprio dovere, come in effetti quanto capitato a un pilota non troppo tempo fa lascia supporre.
È nata così una piccola brochure - in inglese - che vuole aiutare i passeggeri a rendersi conto non solo dei propri diritti, ma anche dei possibili rischi.
Si fa presente, allora, come sia sempre possibile scegliere di sottoporsi a una perquisizione anziché passare attraverso lo scanner, e si indicano alcune attenzioni da avere per evitare abusi.
Sono esposte le preoccupazioni circa l'esposizione ai raggi X, condivise peraltro dalla American Pilots Association, i rischi per la privacy (le immagini avrebbero una definizione più alta di quel che si dice, e non è detto che non vengano conservate illecitamente) e quelli per i propri beni, abbandonati mentre ci si sottopone alla scansione.
| Scarica | la guida per evitare gli scanner aeroportuali |
giovedì 18 novembre 2010
Una password per le reti Wi-Fi aperte
Per eliminare alla radice i pericoli derivanti dalle reti Wi-Fi aperte, che consentono di sottrarre facilmente i dati altrui come Firesheep ha portato alla luce estensioni come BlackSheep e HTTPS Everywhere possono aiutare, ma c'è una soluzione più semplice ed efficace.
Basterebbe che i fornitori di connessione Wi-Fi gratuita crittografassero le reti con WPA 2 e impostassero tutti la stessa password, per esempio la parola free.
Questa proposta viene da Chet Wisniewski, ricercatore di Sophos e si basa sul fatto che la password, nelle reti Wi-Fi protette da WPA 2, serve solo per accedere alla rete; poi il router e il computer negoziano una chiave crittografica univoca per proteggere le comunicazioni, che così non possono essere intercettate dagli altri utenti della rete.
Il sistema è dunque semplice e richiede pochissimo sforzo sia da parte degli utenti che da parte dei vari gestori delle reti.
Gli utenti si ribellano ai contatori troppo intelligenti
Dall'inizio del 2012 Electricité de France (EDF) inizierà la sostituzione dei vecchi contatori con un nuovo tipo di apparecchiatura definita "comunicativa" oppure, tenendo conto delle funzioni di cui è capace, "intelligente".
Si tratta in sostanza di un piccolo computer chiamato Linky che, similmente ai contatori dell'ENEL, è in costante comunicazione con la centrale distributiva dell'energia in modo che sia possibile fronteggiare al meglio i picchi di domanda durante la giornata.
Come tutte le apparecchiature elettroniche ha un costo non proprio economico, visto che si parla di un addebito che potrebbe anche arrivare fino a 240 euro a famiglia.
La spesa verrà rateizzata in bolletta ma non è tanto l'importo a far sollevare le maggiori obiezioni quanto il modo in cui vengono trasmesse le informazioni sui consumi: ogni 10 o quindici minuti, e senza che venga garantita la riservatezza dei dati durante la trasmissione e nel successivo periodo di elaborazione e conservazione.
In sostanza - lamentano le organizzazioni dei consumatori - attraverso il nuovo contatore sarebbe possibile accedere ad una serie di elementi circa le abitudini di una famiglia, dall'ora della sveglia alla qualità e quantità dei consumi di energia e quindi, indirettamente, al tenore di vita familiare.
Inoltre non è stato valutato adeguatamente il risparmio che EDF realizzarà riducendo il numero dei letturisti e pare del tutto infondata la promessa secondo cui il nuovo contatore renderebbe possibile un risparmio anche consistente in bolletta.
Secondo la Commissione Nazionale Informatica e Libertà (CNIL) Linky sarebbe particolarmente intrusivo sia per la possibilità di aggiornamento del software da remoto - o anche attraverso una chiavetta USB - che per quella di apportare modifiche contrattuali (potenza erogata, sospensioni ecc.) senza l'intervento diretto o indiretto dell'utente.
L'Agenzia dell'ambiente e del Risparmio Energetico (ADEME) stigmatizza invece il fatto che sarebbero disponibili soltanto a pagamento le informazioni all'utenza relative ai propri dati, a cominciare dai consumi giornalieri.
In Italia la situazione, già vissuta, è più o meno la medesima ma con una nota negativa in più.
Infatti i contatori "intelligenti" dell'ENEL pretendono di restare sempre online, di modo che l'utente è obbligato a lasciare sotto tensione il proprio impianto anche in caso di assenza prolungata.
Inoltre in caso di disconnessione o in mancanza di consumi, la gestione di un'utenza che non consuma diventa un costo e pare che le aziende elettriche abbiano preso l'abitudine di richiedere alle anagrafi comunali se l'intestatario sia o no reperibile all'indirizzo di fornitura.
Il bel risultato di tutto ciò è che l'utente si trova avviata una procedura di cancellazione dalla popolazione residente, dalle liste elettorali e quant'altro, a causa magari di un prolungato soggiorno altrove per lavoro o semplice divertimento, rientrato dal quale sarà "senza fissa dimora". Ma tuttavia con l'obbligo di pagare ICI e tassa rifiuti.
HADOPI all'italiana: AGCOM e il coraggio dell'indipendenza
Roma - Negli ultimi giorni, in Rete, sono circolate indiscrezioni trapelate dall'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni secondo le quali quest'ultima starebbe lavorando ad una disciplina sull'enforcement dei diritti d'autore ispirata alla famigerata HADOPI francese.
Vale, pertanto, la pena di provare a fare il punto di quanto accaduto, quanto potrebbe accadere e quanto, invece, non è né costituzionalmente, né socialmente sostenibile accada davvero.
Cominciamo dai fatti certi e da quelli meno certi.
Non c'è nessun dubbio che l'Autorità, in questi giorni, stia lavorando alla bozza - se non addirittura ad un testo definitivo - di regolamento per l'enforcement dei diritti d'autore nelle attività di fornitura di servizi media audiovisivi.
Tanto, infatti, le impone l'art. 6 del Decreto Romani (D.Lgs. 15 marzo 2010 n. 44).
Non c'è tuttavia alcun modo - data la mancata reazione dell'Autorità - dinanzi alle indiscrezioni sin qui trapelate, per dire in che termini il documento i cui stralci sono stati pubblicati online rifletta l'orientamento definitivo degli uffici del Presidente Calabrò.
Sul punto torneremo, però, più avanti.
Non credo, invece, che vi sia alcun pactum sceleris tra internet service provider ed AGCOM, in forza del quale i primi si sarebbero dichiarati disponibili ad agire quali "braccio armato" della seconda nell'attività di contrasto alla pirateria online, come ipotizzato nei giorni scorsi su queste stesse pagine.
La posizione dei provider italiani, infatti, al riguardo è sempre stata diametralmente contraria all'idea di lasciarsi trasformare in sceriffi della Rete e l'esperienza francese, nella quale proprio i provider sono oggi i principali nemici della HADOPI per i costi che l'attuazione di tale legge impone loro di sostenere, dovrebbe, da sola, valere a fugare ogni dubbio in questa direzione.
Sin qui su quanto accaduto negli ultimi giorni.Veniamo ora a quanto, forse, sta per accadere ed a quanto occorre scongiurare il rischio che accada.
Nel febbraio del 2010, solo un mese prima che l'attuale Ministro Paolo Romani sganciasse sulla Rete il suo Decreto contro internet, minacciando di trasformarla in una grande TV, l'Autorità Garante aveva pubblicato un'indagine conoscitiva proprio sul "diritto d'autore sulle reti di comunicazione elettronica".
Nello Studio - indubbiamente equilibrato, ponderato e frutto di un'attenta riflessione - l'Autorità ha rappresentato alcuni principi che non può ora né ritrattare né tradire senza correre il rischio di apparire "tirata per la giacchetta" dai titolari dei diritti.
Cominciamo dal primo di tali principi. L'Autorità, nel proprio Studio, dà atto, con grande onestà intellettuale, che non esistono, allo stato, dati affidabili né circa le conseguenze della cosiddetta pirateria online, né circa l'entità del fenomeno, né in relazione alle conseguenze della progressiva diffusione di risorse di connettività a banda larga sul fenomeno stesso.
Al riguardo, anzi, gli uffici di Calabrò ipotizzano addirittura che "la diffusione della banda larga in Italia, dando impulso allo sviluppo del mercato legale dei contenuti digitali audiovisivi, potrebbe anche agire da deterrente rispetto al P2P".
Si tratta di dati ed informazioni imprescindibili per l'elaborazione ed il varo di qualsiasi misura di contrasto alla pirateria audiovisiva.
In assenza di questi dati ogni iniziativa dell'Autorità sarebbe incoerente con quanto emerso nell'ambito della citata indagine conoscitiva e risulterebbe pertanto ingiustificata.
Sul punto occorre essere estremamente chiari: la materia del diritto d'autore in Rete investe - come peraltro riconosciuto dalla stessa Autorità - troppi interessi costituzionalmente rilevanti perché la sua disciplina possa essere dettata sulla base del "sentito dire" o del "dedotto" da parte dei soliti noti dell'industria audiovisiva e della SIAE.
Servono studi, ricerche, monitoraggi seri ed imparziali e solo dopo potrà ipotizzarsi - ove risulti effettivamente necessario - di introdurre nell'Ordinamento ulteriori e più efficaci misure di contrasto alla pirateria.
In difetto l'Autorità correrebbe il rischio di coprirsi di ridicolo come già accaduto al Prof. Masi che, nel settembre del 2008 annunciò al mondo, in una solenne conferenza stampa a Palazzo Chigi che, in due mesi, il suo neo-istituito Comitato contro la pirateria audiovisiva avrebbe elaborato un pacchetto di misure idonee a contrastare un fenomeno che produceva all'industria danni per oltre 2 miliardi di euro l'anno.
La storia racconta che, ad oltre due anni da allora, il Prof. Masi ed i suoi uomini non siano stati, sin qui, in grado né di confermare i numeri stratosferici sul preteso danno da pirateria né di elaborare alcuna possibile soluzione.
L'Autorità Garante, nella sua indagine conoscitiva, ha fissato inoltre un altro importante principio del quale, oggi, non ci si può dimenticare: sul terreno della disciplina del diritto d'autore vengono in rilievo una pluralità di interessi contrapposti, tutti egualmente meritevoli di tutela.
Accanto a quelli ovvi e mai dimenticati dei titolari dei diritti, si collocano infatti - e gli uffici del Presidente Calabrò dimostrano di esserne consapevoli - quelli di tutti i cittadini alla libertà di espressione, all'accesso alla cultura, all'accesso ad Internet ed alla privacy.
Si tratta di una constatazione inconfutabile e dalla quale l'eventuale futura regolamentazione della materia non potrà prescindere.
Ogni eventuale ulteriore misura antipirateria, per essere costituzionalmente sostenibile, deve risultare dal bilanciamento dei citati contrapposti interessi.
Nessuna compressione della libertà di manifestazione del pensiero, del diritto alla privacy o di quello ad accedere alla cultura - fine ultimo, troppo spesso dimenticato e tradito, della legge sul diritto d'autore - è ammissibile in assenza della prova che si tratti di un sacrificio indispensabile per la tutela di un interesse collettivo valutabile come superiore e preponderante. In questa prospettiva non può mai essere dimenticato che, in genere, quando si parla di enforcement dei diritti d'autore, si parla di diritti patrimoniali di pochi che si contrappongono a diritti fondamentali di molti.
Soluzioni che contemplino monitoraggi o tracciamenti diffusi delle comunicazioni elettroniche e/o schedature di massa degli utenti così come oscuramenti di siti internet o filtraggi di contenuti sono, pertanto, sempre da ritenersi privi di cittadinanza nel nostro Ordinamento.
La nostra costituzione non tollera che un cittadino onesto si veda compresso l'esercizio di proprie libertà fondamentali nel tentativo - peraltro spesso vano - di sanzionare un cittadino disonesto, né che un bit di informazione lecita sia resa inaccessibile per precludere l'accesso ad un bit di informazione illecita.
Trovare una soluzione costituzionalmente sostenibile è la sfida che l'Autorità Garante si trova ora a dover affrontare ed alla quale non può e non deve sottrarsi.
Nella propria indagine conoscitiva del febbraio scorso, l'AGCOM fissava un altro principio che oggi non può né dimenticare né tradire.
La SIAE - nonostante l'ipertrofia dei profili pubblicistici dei quali lo Stato ha lasciato si ammalasse - è un ente rappresentativo di interessi privati e di parte e, dunque, in ogni dinamica e procedimento di contrasto alla pirateria, non può essere chiamata né autorizzata a svolgere funzioni di diversa natura, né possono esserle attribuiti poteri maggiori di quelli riconosciuti ad ogni altro soggetto portatore di interessi privati.
In particolare, la SIAE, non è - come spesso sembra ritenere e ritenersi - soggetto super partes, né "garante" della cultura nel nostro Paese in ambito digitale come, d'altra parte, in ambito analogico.
Ogni eventuale nuova regolamentazione di contrasto alla pirateria audiovisiva, pertanto, dovrà tener conto di tali circostanze e non attribuire alla SIAE nessun compito diverso dal segnalare ipotesi di violazione di diritti d'autore delle quali, peraltro, quest'ultima, dovrà venire a conoscenza senza poter contare su alcun "potere ispettivo" speciale.
L'accertamento dell'effettiva violazione e, a maggior ragione, l'irrogazione di eventuali sanzioni dovrà, sempre, essere compito esclusivo di un'Autorità terza e non portatrice di alcun interesse di parte.
Ma c'è di più.
Nel proprio studio del febbraio scorso, infatti, l'AGCOM riconosceva come fosse da "escludere, de iure condito, la possibilità per l'Autorità di intervenire a infliggere una sanzione amministrativa in capo all'autore dell'accertata violazione".
Le sanzioni a carico degli utenti, pertanto, non possono che restare appannaggio esclusivo dell'Autorità Giudiziaria non essendovi, peraltro, nessuna buona ragione per la quale, in materia di diritto d'autore, dovrebbe derogarsi alle regole generali che sovrintendono l'accertamento e l'irrogazione delle sanzioni in ogni altro ambito.
Nessun regime né potere speciale.
Non può competere ad un'Autorità Amministrativa semi-indipendente - spiace doverlo sottolineare ma si tratta di circostanza che sfortunatamente trova conferme tanto nel meccanismo di nomina dei commissari che in taluni gravissimi episodi di cronaca - la gestione di un procedimento di accertamento di un illecito e quello di irrogazione di sanzioni che hanno per oggetto o per effetto l'inibitoria all'accesso di taluni contenuti, poco importa come ottenuta sotto un profilo tecnico.
Tale genere di provvedimenti, infatti - come correttamente riconosciuto dalla stessa AGCOM nella propria indagine conoscitiva - è legato a doppio filo a questioni connesse all'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero e, dunque, ad un tema ben più sensibile politicamente di quanto non sia il diritto d'autore. Un ordinamento democratico non può affidare ad un soggetto di nomina politica il potere di decidere di rendere inaccessibili a tutti i cittadini taluni contenuti.
E se domani l'AGCOM si trovasse ad ordinare ai nostri ISP di inibire l'accesso alle pagine del Times online, giornale - lo si dice solo per ipotesi - con una linea editoriale avversa alla maggioranza di governo? Chi o cosa potrebbero sottrarre l'AGCOM al comprensibile sospetto che con la scusa della tutela del diritto d'autore si sia, in realtà, perseguito o protetto un interesse politico?
Sono scenari dei quali occorre preoccuparsi oggi e che devono essere scongiurati.
La parola ora spetta all'AGCOM, dalla quale cittadini ed utenti - tutti onesti sino a prova contraria - si attendono un comportamento ponderato, responsabile, imparziale ed indipendente.
L'Autorità, per non deludere tali aspettative, dovrebbe avviare uno studio attento del fenomeno della circolazione dei contenuti audiovisivi leciti ed illeciti sulle Reti di comunicazione elettronica allo scopo di verificare tanto lo sviluppo ed i limiti del mercato che l'entità del pregiudizio eventualmente ad esso arrecato dalla cosiddetta pirateria audiovisiva.
Nell'ambito dello stesso studio, inoltre, l'Autorità potrebbe e dovrebbe indagare l'esistenza di nuovi modelli di business, eventualmente, da promuovere ed incentivare.
Solo a valle dell'acquisizione dei risultati di tali ricerche e, in relazione a quanto eventualmente emerso si potrebbe poi pensare ad una massiccia campagna educativa sul "valore dei bit e della creatività", stimolare lo sviluppo da parte dell'industria - quella cinematografica in particolare - di un'offerta lecita e multicanale online, sin qui completamente mancata, e eventualmente promuovere best practice trasparenti ed equilibrate tra utenti ed internet service provider per l'uso della Rete.
Sono queste le carte che un'Autorità indipendente e moderna si giocherebbe.
L'AGCOM ne avrà il coraggio o preferirà ripiegare sul facile approdo di far contenti i soliti noti, immolando i diritti degli utenti e consumatori?
Non resta che stare a vedere ed augurarci che prevalga il buon senso e, per una volta, esca sconfitta la tracotanza e l'egocentrismo di certi titolari dei diritti (generalizzare è sempre sbagliato) che sin qui hanno preteso di dettare le regole di un gioco che per loro vale solo qualche decina di milioni di euro in più o in meno, mentre per milioni di utenti e cittadini onesti significa la possibilità o l'impossibilità di esercitare diritti e libertà fondamentali di incommensurabile valore economico.
Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
Tra pochi giorni il registro contro lo 'spam telefonico'
Come si spiega dal Ministero dello Sviluppo Economico, 'l'iscrizione al registro da parte degli abbonati preclude nei loro confronti qualsiasi trattamento per scopi pubblicitari o di vendita diretta o per il compimento di ricerche di mercato o di comunicazione commerciale, mediante l’impiego del telefono, senza distinzione di settore di attività o di categoria merceologica'."
Easydownload, ci pensa l'antitrust
Roma - 960mila euro di multa, per aver condotto "pratiche commerciali scorrette a danno di migliaia di consumatori". È così calato il pugno più duro da parte dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), a colpire le attività illecite del sito web che "fa pagare ciò che è gratis". Ed è una sanzione in formato maxi quella stabilita a carico di Euro Content Limited, l'azienda con base a Francoforte titolare del famigerato sito easydownload.info.
Uno spazio online che aveva attirato nel tempo le più vibranti proteste da parte di migliaia di utenti, rivoltisi con decisione sia ai vertici del Garante che a varie associazioni dei consumatori. L'imponente sanzione pecuniaria è ora arrivata a fermare definitivamente una vera e propria truffa da parte del sito, architettata a partire da una serie di link ottenibili dagli utenti a mezzo motori di ricerca.
Questi collegamenti portavano i malcapitati a visitare specifiche pagine per il download di software normalmente gratuiti, come ad esempio OpenOffice, Acrobat Reader e VLC. I link permettevano agli utenti di bypassare completamente la homepage di easydownload.info, in cui era esplicitamente indicata la necessità di siglare un abbonamento di 96 euro (biennale, ad 8 euro al mese) per poter effettuare il download.
AGCM condanna le pratiche commerciali di Easy Download
La decisione dell'AGCM (nella foto, il Presidente Antonio Catricalà) è arrivata dopo le centinaia di segnalazioni che si sono susseguite a partire dallo scorso mese di aprile ed alle ripetute richieste d'intervento pervenute da Altroconsumo, Adiconsum, Aduc, Codacons, Unione Nazionale Consumatori e Federconsumatori.
Eurocontent Ltd ha applicato una serie di pratiche SEO (Search Engine Optimization) attraverso le quali era riuscita a guadagnare i primi posti per le ricerche, sui motori di ricerca, relative ad alcuni famosi software. Digitando il nome di tali programmi accanto ai termini 'gratis' o 'gratuito', veniva proposto un link al sito 'Easy Download' o ad alcuni domini correlati."
mercoledì 17 novembre 2010
Un album contro il copyright
martedì 9 novembre 2010
Wikileaks, filiazioni e asili politici
giovedì 7 ottobre 2010
Il sacco di Cryptome
martedì 5 ottobre 2010
Il GPS sbaglia: salvato dai soccorsi
Il Direttore Responsabile non e' responsabile
HADOPI, le lettere debuttanti
mercoledì 15 settembre 2010
Vedogratis costa caro
lunedì 13 settembre 2010
Aumenta il canone di unbundling, gli operatori alternativi protestano
venerdì 4 giugno 2010
Astronomia, cura immediata per megalomani
L'universo non è più grande di quanto immaginiamo. È più grande di quanto possiamo immaginare
Questa fotografia all'infrarosso della zona centrale della nostra galassia, la Via Lattea, non è offuscata da pulviscolo bianco. Quei puntini non sono rumore digitale del sensore. Sono stelle. Per essere precisi, quest'immagine contiene circa un milione di stelle. Proviene dall'Astronomy Picture of the Day. Cliccatevi sopra per ingrandirla e godervela tutta.
Vi siete ripresi dallo stupore? Bene, allora siete pronti per questa:
No, non sono altre stelle. Ciascuno di quei puntini è un'intera galassia. Di almeno cento miliardi di stelle.
E la cosa più meravigliosa è che noi, piccoli e fugaci ammassi di cellule vagamente coordinate, siamo in grado di comprendere tutto questo: ogni giorno, quando non siamo troppo presi a pestarci fra noi, scopriamo qualche nuovo dettaglio di quest'infinito. La vita intelligente, ha scritto qualcuno, è il modo in cui l'Universo contempla la propria bellezza.
Se volete saperne di più, leggete l'articolo di Amedeo Balbi sul blog astronomico Stukhtra, ricco di segnalazioni delle meraviglie del cosmo e della fisica, che ha debuttato da poco in Rete.
sabato 22 maggio 2010
Autodisciplina parziale
martedì 18 maggio 2010
Il netizen e' unico e distinguibile
mercoledì 12 maggio 2010
Una sentenza piccola piccola...
Malware, e' l'uomo ad essere infetto
Sentenza Google: ecco le motivazioni
Video shock: le motivazioni della condanna a Google
La sentenza emessa a fine febbraio dal Tribunale di Milano provocò immediatamente un'eco enorme su tutti i media nazionali ed internazionali in forza dell'importante precedente prodotto."
