mercoledì 2 novembre 2011

Amazon bypassa gli editori

Amazon bypassa gli editori | Dal Web | WinTricks.it
Amazon sta cercando di gettare via il modello tradizionale di editoria e sta per eliminare molta "morchia" dal proprio sito, mettendo in crisi gli editori tradizionali. Quest'autunno, Amazon pubblicherà 122 libri in formati fisici e digitali, ottenuti direttamente dagli autori.

Cos'è che rende questa passo così sconvolgente?
Il fatto che in molti casi saranno bypassati i modelli tradizionali di editoria e si andrà ad un contatto diretto con agli autori. Amazon sta puntanto il dito contro le case editrici, e decide di interloquire direttamente con gli autori, senza bisogno di intermediari di alcun tipo.

Il portale di vendite online, si sobbarcherà quindi tutto il lavoro di accessorio, compreso l'editing, l'impaginazione e tutto il resto, estromettendo di fatto gli editori classici, che sino ad ora l'hanno fatta da padrone. Un grande passo per un sito al suo attivo la vendita di beni (quali ad esempio libri e DVD) a milioni di persone in tutto il mondo.
Nulla invece è trapelato su come verranno divisi i profitti ma in questo momento , quello che mette il tutto a soqquadro, è che centinaia di editori stanno andando fuori di testa.

Immaginate cosa accadrebbe se i musicisti facessero lo stesso, in modo analogo al modello che Amazon sta spingendo con gli autori cartacei. Cosa potrebbe succedere se iTunes, Zune, e altri decidessero di bypassare di colpo le etichette discografiche?
Certo, la musica e la stampa sono due cose totalmente differenti, ma a guardar bene, entrambe dipendono da un intermediario per poter offrire il proprio prodotto al pubblico.
Staremo a vedere se anche altri decideranno di seguire il loro esempio.

lunedì 31 ottobre 2011

Il signoraggio digitale nell'era del cloud computing

Zeus News - Il signoraggio digitale nell'era del cloud computing
Le informazioni sono preziose almeno quanto il denaro: chi le gestisce ottiene un potere pari a quello delle banche.

[ZEUS News - www.zeusnews.com - 12-10-2011]
Signoraggio digitale cloud computing
Foto via Fotolia

Abbiamo già in passato trattato del cloud computing, ma mai era venuto in mente di accostarlo al sistema bancario.

Naturalmente ci si potrebbe chiedere che cosa possa accomunare l'attuale sistema economico bancario al fenomeno del cloud computing oggi molto in voga.

Sul sito della Banca d'Italia si definisce "signoraggio" l'insieme dei redditi derivanti dall'emissione di moneta. In pratica è «il reddito ottenuto dalle Banche Centrali Nazionali nell'esercizio delle funzioni di politica monetaria».

Approfondendo l'argomento, si notano diverse assonanze con il cloud computing.

L'elemento di partenza dell'attuale sistema economico è il flusso monetario; in perfetta analogia, l'elemento alla base del cloud è l'informazione.

Al tempo in cui le banche non esistevano, ognuno possedeva una certa quantità di moneta, spesso coniata con metalli preziosi. Allo stesso modo, quando non esisteva Internet ognuno di noi possedeva una certa quantità di informazione digitale.

Ci fu dunque un tempo in cui esisteva la moneta ma non esistevano le banche; l'informazione, dal canto proprio, era prima distribuita sui molteplici utenti e sui loro PC.

In sostanza le banche potevano, almeno in passato, essere considerate contenitori di valori il cui corrispettivo era convertito in moneta: ciò era un notevole vantaggio per chi possedeva metalli preziosi, la cui conservazione e custodia rappresentavano enormi difficoltà pratiche a causa del suo considerevole peso specifico e dalla costante minaccia dei briganti.

Tale situazione spinse la maggior parte dei soggetti benestanti a depositare le proprie monete presso gli orafi, i quali disponevano delle casseforti più sicure delle città. Gli orafi, a loro volta, emettevano delle comode ricevute cartacee a garanzia del deposito effettuato, ricevute che potevano essere negoziate dal titolare al posto delle ingombranti monete.

Se da un lato vi è un rischio nel detenere metalli preziosi, dall'altro - in una società sempre più informatizzata - vi è un rischio di perdita dei dati se non ne viene effettuato il backup.

Ciò ha portato molti utenti e aziende ad affacciarsi al mondo del cloud computing al fine di diminuire l'impatto tecnico e tecnologico e usufruire di hardware (come lo spazio di memorizzazione) non accessibile altrimenti.

Le società che si occupano di cloud computing, poi, distribuiscono credenziali che snelliscono ed elevano il livello di qualità a basso costo.

Da questa analogia nasce l'assioma per cui, se il fallimento di una banca comporta il fallimento di un microsistema economico (evento di certo nefasto), un futuro fallimento che coinvolga una multinazionale di servizi cloud potrebbe portare ad un collasso di servizi su più fronti.

Fermo restando questo rischio, di certo il cloud, essendo in via di sviluppo, può ancora reinventarsi e prevenire così quelle che oggi sono le carenze e le fragilità dell'attuale sistema del credito. Ma occorre far presto.

Germania, avvistato il trojan di stato?

PI: Germania, avvistato il trojan di stato?
Hacker tedeschi analizzano un malware complesso e concludono che si tratti di un trojan usato direttamente dalle autorità. Le società antivirali confermano l'esistenza del malware ma non la buttano in politica
Roma - Il famigerato "trojan di stato" teutonico, da anni spauracchio di tutti i difensori della privacy e dei diritti digitali, sarebbe stato finalmente individuato: il collettivo hacker noto come Chaos Computer Club (CCC) ha pubblicato un rapporto con tanto di file binari appartenenti al malware, accusando in maniera diretta il governo di pratiche spionistiche.

Il malware apre una backdoor per Windows, contiene una libreria dinamica (.dll) e un driver di livello kernel, con all'interno un ulteriore componente pensato per funzionare da keylogger e registrare le informazioni immesse sulla tastiera in applicazioni specifiche: Firefox, Skype, Windows Live Messenger, ICQ e altri.

Un'altra importante caratteristica del malware è la capacità di catturare screenshot e registrare audio - incluse le chiamate su Skype - un'abilità che risulta perfettamente in linea con la mitologia sin qui tramandata riguardo le capacità e le finalità del trojan di stato tedesco.
Ulteriori analisi sono state condotte dalla security enterprise finlandese F-Secure, i cui software antivirali riconoscono ora il malware come Backdoor:W32/R2D2.A. Il malware è persino in grado di auto-aggiornarsi e contiene naturalmente una funzionalità di "chiamata a causa" verso server esterni su indirizzo IP 83.236.140.90, 207.158.22.134 o altri ancora.

Che R2D2 sia opera delle autorità di Berlino non è che una affermazione di CCC, mentre F-Secure si limita ad attendere la prevedibile (e al momento latitante) risposta ufficiale del governo tedesco sulla faccenda. La software house nordeuropea tiene poi a precisare che i trojan spioni, "statali" o meno, verranno sempre inclusi nei suoi software antivirali in rispetto della policy aziendale in materia.

Richard Stallman: Felice che Jobs se ne sia andato

Zeus News - Richard Stallman: Felice che Jobs se ne sia andato
Per il paladino del software libero, il fondatore di Apple non ha fatto altro che creare una prigione dorata per gli stupidi.

[ZEUS News - www.zeusnews.com - 07-10-2011]
Richard Stallman influenza maligna Steve Jobs

Mentre il web - e non solo quello - pullula di incensazioni e lodi dirette a Steve Jobs, si leva anche una voce fuori dal coro.

«Non sono felice che sia morto, ma sono felice che se ne sia andato»: è questa l'opinione di Richard Stallman circa la dipartita del fondatore di Apple, e il motivo di tanta acrimonia è la prigione dorata che Jobs avrebbe costruito - secondo Stallman - per i propri utenti.

Il fondatore della Free Software Foundation non ha mai fatto mistero della propria veemente antipatia forse non personalmente nei confronti di Steve Jobs ma certamente verso l'idea di informatica che questi propugnava, e la morte di Jobs non gli ha certo fatto cambiare opinione.

«Steve Jobs, il pioniere del computer inteso come prigione resa cool, progettato per separare gli stolti dalla propria libertà, è morto»: così ha scritto Stallman, per poi continuare sostenendo che «nessuno merita di dover morire, né Jobs, né Mr. Bill, nemmeno le persone colpevoli di mali peggiori dei loro. Ma tutti ci meritiamo la fine dell'influenza maligna di Jobs sul computing. Purtroppo, quell'influenza continua nonostante la sua assenza. Possiamo solo sperare che i suoi successori, nel proseguirne l'eredità, siano meno efficaci».

«Mr. Bill», ovviamente, è Bill Gates, colpevole quanto Jobs di aver creato un mondo informatico in cui le libertà degli utenti non sono rispettate.

Apple e Steve Jobs sono però, se possibile, ancora peggio: non solo hanno creato una prigione - spiega Stallman - ma hanno convinto gli utenti che esservi rinchiusi dentro sia «cool»: «Apple ha fatto in modo che la gente non sappia più quali sono le sue libertà, e se lo sa, pensa di non meritarsele»

mercoledì 14 settembre 2011

Cyberwar, Cina con le mani nel sacco?

Cyberwar, Cina con le mani nel sacco?: Una apparentemente innocua trasmissione di propaganda mette in mostra piu' del dovuto. Dando ragione a chi accusa il regime di Pechino di condurre cyber-attacchi contro obiettivi occidentali

lunedì 29 agosto 2011

Fox, show di successo tra i pirati

PI: Fox, show di successo tra i pirati
Roma - Secondo le statistiche di traffico raccolte da Torrentfreak il ritardo nella messa a disposizione dei contenuti online, invece di rallentare la diffusione attraverso i canali P2P, provoca un incremento della domanda di contenuti pirata.

Il caso usato come cartina di tornasole è quello dei programmi del canale televisivo Fox: la settimana scorsa Fox ha annunciato la decisione di aspettare 8 giorni dalla messa in onda di un suo contenuto prima di metterlo a disposizione degli utenti del servizio di streaming Hulu.

Torrentfreak ha quindi monitorato i download di due show dell'emittente, Hell's Kitchen e MasterChef, notando un incremento notevole rispetto alla situazione precedente: solo su BitTorrent i download sono aumentati del 114 per cento nei primi 5 giorni per il primo, e addirittura del 189 per cento per l'altro, che si trovava al finale di stagione.
L'intenzione era opposta a quello che sembra aver provocato: aumentare i profitti spingendo alla visione live dei suoi programmi.
Tuttavia il ritardo di 8 giorni ha spinto gli spettatori a ricorrere alle fonti di seconda mano per colmare il vuoto lasciato: i distributori e gli aventi diritto non sembrano insomma aver compreso che la mancanza di un contenuto sul mercato ufficiale spinge sempre a ricorrere al mercato nero, ed i contenuti digitali non sono da meno.
Al contrario, servizi di streaming legali come Hulu, se utilizzati adempiendo alle richieste dei cittadini della rete, sembrano provocare una diminuzione del ricorso alla pirateria

L'Argentina spegne un milione di blog

Zeus News - L'Argentina spegne un milione di blog
L'Argentina spegne un milione di blog

Per bloccare due siti, gli ISP sudamericani rendono irraggiungibile più di un milione di blog.

[ZEUS News - www.zeusnews.com - 22-08-2011]
Argentina Leakymails un milione Blogger spenti
Foto di Scott Griessel

«È come usare un bazooka per uccidere una mosca»: così la Electronic Frontier Foundation ha sintetizzato l'ultimo caso di censura inetta.

La vicenda si svolge in Argentina dove un giudice ha ordinato l'oscuramento del sito Leakymails, ospitato dalla piattaforma Blogger di Google.

I provider, ricevuto l'ordine, per obbedire hanno scelto la via in grado di causare il massimo danno con il minimo sforzo, bloccando l'indirizzo IP 216.239.32.2 tramite il quale si raggiunge certamente il sito incriminato ma anche più di un milione di altri blog, diventati da un giorno all'altro irraggiungibili dall'Argentina pur senza avere alcuna colpa.

Pedro Meno Andrade, Senior Policy Counsel di Google per l'America Latina, fa notare come il sistema utilizzato non solo è eccessivo ma «lede diritti costituzionali quali l'accesso alle informazioni e la libertà di espressione».

Al momento Google sta lavorando insieme alle parti interessante per ripristinare l'accesso ai siti bloccati inutilmente

Editoria, vendere tablet per vendere giornali

Editoria, vendere tablet per vendere giornali: Tablet a bassissimo costo per spingere la vendita dei quotidiani: e' l'idea di sempre piu' editori, tra cui il Tribune in bancarotta

Oscurare i siti è inutile

Oscurare i siti è inutile: L'Autorità britannica per le Comunicazioni (OFCOM) ha rilasciato un rapporto nel quale viene analizzata l'efficacia del blocco dell'accesso ai siti per combattere la pirateria online, il rapporto elenca le misure di blocco messe in atto dal governo britannico e le strategie per aggirarle, giungendo alla conclusione che oscurare i siti è totalmente inutile ai fini della lotta alla pirateria. L'indagine eseguita dall'OFCOM è stata commissionata dallo stesso governo britannico, che voleva rendersi conto dell'effettiva efficacia del 'Digital Economy Act', la legge anti-pirateria in vigore oltremanica. Dopo averne letto le conclusioni, il segretario all'economia Vince Cable ha dichiarato che la legge verrà abolita in quanto inefficace. Il governo ha inizialmente censurato parte del rapporto, ma anche questa operazione si è rivelata perfettamente inutile e la versione integrale circola ora sul web, risultando una guida completa alle tecniche per aggirare i blocchi imposti alla rete. Tra le varie strategie riportate figurano: Utilizzare reti VPN (Virtual Private Network) Cambiare il proprio server DNS con un altro fornito da diversi siti Usare un proxy web anonimizzatore che non figuri nella lista dei proxy stilata dal governo britannico Non utilizzare affatto un DNS remoto Il rapporto contiene anche tecniche per aggirare ban individuali, come il cambiamento del proprio indirizzo IP tramite l'host o la manipolazione TTL, ed altre per evitare il blocco degli URL, tra queste la più semplice consiste nell'impostare il sito in modo che sfrutti una porta diversa dalla solita 'porta 80' prevista per le connessioni HTML


giovedì 4 agosto 2011

Microsoft guadagna più grazie ad Android che a Windows Phone 7

Microsoft guadagna più grazie ad Android che a Windows Phone 7 - Tutto Android
Microsoft guadagna più grazie ad Android che a Windows Phone 7

Pubblicato da manuelmitico il maggio 29, 2011 in News · Commenti (2)

Sembra una finzione, ma è proprio vero, a casa Gates continuano ad entrare fior di quattrini, e non grazie ai sistemi proprietari Microsoft, ma a quelli concorrenti!

A quanto sembra, infatti, per via di un patto siglato da HTC riguardante i brevetti android, Microsoft guadagni 5 dollari ogni licenza android venduta. Questo significa che, facendo qualche calcolo, essendo circa 30 milioni i telefoni HTC android venduti, sono 150 milioni i dollari che Microsoft ha guadagnato grazie ad android!

Pensate un pò, con le licenze di Windows Phone 7, invece, Microsoft ha guadagnato 15 $ per licenza, il che significa che con tutte le licenze vendute in totale si è vista entrare “appena” 30 milioni di dollari.

Sorprendente no? Questo dimostra quindi come, per futili motivi come quelli di semplici brevetti da appena 5$, Microsoft sia riuscita a guadagnare maree di denaro senza muovere un dito.

Olanda, net neutrality in Parlamento

PI: Olanda, net neutrality in Parlamento
Olanda, net neutrality in Parlamento

Il tentativo delle telco di tariffare di più alcuni tipi di traffico dati ha spinto il Parlamento a pensare ad una normativa ad esplicita tutela della net neutrality
Roma - L'Olanda sta approvando una normativa per garantire la neutralità della rete ai suoi cittadini.
Gli emendamenti alla nuova legge sulle telecomunicazioni olandese sono stati proposti per assicurare libero accesso alla rete ed estendere la net neutrality alla rete mobile e ai servizi VoIP come Skype che così hanno la garanzia di poter funzionare senza ostacoli.
Gli emendamenti devono essere approvati dal Parlamento.

A calcare la mano dei parlamentari olandesi, paradossalmente, sono state le mosse dei provider stessi: sull'onda dei nuovi piani tariffari adottati in diversi Paesi europei, la più grande telco olandese, KPN, ha adottato piani che fanno pagare un extra per accedere a servizi come Skype e WhatsApp, servizio di messaggistica alternativo a quello degli SMS. Per farlo è arrivato addirittura a paventare l'impiego di hardware specifico per il monitoraggio del traffico necessario a far funzionare le suo nuove condizioni di abbonamento.
E altre compagnie telefoniche sono sembrate intenzionate a seguirne l'esempio.

Troppo per i parlamentari olandesi che hanno iniziato a pensare ad una forma di esplicita tutela per la neutralità della rete, in modo da mettere al bando questo tipo di pratiche.
Fra i principali promotori della riforma legislativa, il Ministro dell'Economia, dell'Agricoltura e dell'Innovazione Maxime Verhagen, che pur riconoscendo le ragioni delle telco alla ricerca di introiti anche per i necessari investimenti infrastrutturali, ha chiuso la porta alla differenziazione delle forme del traffico.

A supporto di Verhangen, d'altronde, vi è anche un'altra olandese che occupa un ruolo importante: il Commissario Europeo all'Agenda Digitale Neelie Kroes, che si è sempre schierata contro le tariffazioni che distinguono il traffico dati a seconda del servizio offerto e che ha avviato una serie di indagini in materia.

Accanto agli olandesi, anche nel Parlamento belga si parla di neutralità della rete tra le garanzie costituzionali: a spingere per una revisione normativa in questo senso è il partito socialista che sta cercando l'appoggio di altre forze politiche.

Cina: di censura, scarpe e rivoluzione

PI: Cina: di censura, scarpe e rivoluzione
Cina: di censura, scarpe e rivoluzione

Fang Binxing, padre della Grande Muraglia digitale cinese, è diventato bersaglio umano di un misterioso studente universitario. Una scarpa ha colpito il professore, scatenando un gigantesco applauso collettivo sul web
Roma - Il suo ruolo è ormai noto a tutti i netizen cinesi, che non gli hanno mai risparmiato gli epiteti più minacciosi e violenti. Fang Binxing, padre della cosiddetta Grande Muraglia digitale, è ora diventato un vero e proprio bersaglio degli studenti connessi in terra asiatica.

Il professore è stato colpito da una scarpa nel corso di una recente lezione tenuta presso il Dipartimento d'Informatica all'Università di Wuhan, la città più popolosa della Cina centrale. Terrorizzato, Binxing ha immediatamente interrotto il suo discorso, precipitandosi in aeroporto.

A ricostruire l'accaduto sono stati alcuni successivi cinguettii su Twitter, in primis da parte del misterioso hanunyi, che ha spontaneamente ammesso il suo lancio di protesta (un pugno di uova ha mancato di poco Binxing). Il solitario volo della scarpa avrebbe però fatto parte di un vero e proprio piano organizzato da un gruppo di studenti dell'ateneo asiatico.
"Ho speso dei soldi per acquistare questo software ufficiale - ha dichiarato su Twitter il misterioso studente - ma poi non posso usarlo per colpa della censura. E questo mi ha reso decisamente insoddisfatto". L'attacco a Binxing ha fatto rapidamente il giro del web, ovviamente applaudito dai suoi detrattori ed opportunamente sorvolato dai principali media di stato.

Nel corso di una precedente intervista con il quotidiano Global Times, Binxing aveva sottolineato l'urgente necessità di apportare sostanziali modifiche alle attuali misure censorie cinesi. Il professore era riuscito a visualizzare a mezzo VPN una serie di siti bloccati dal governo. Non apprezzando affatto le falle ancora evidenti nella Grande Muraglia.

La polizia cinese ha ora avviato un'inchiesta per mettere le mani sull'aggressore, che finora si è esposto solo tramite Twitter evitando di rivelare ai media la propria identità. C'è chi ha parlato di un gesto simbolico, che avvierà una sorta di rivoluzione tra milioni di utenti asiatici.

Mauro Vecchio

Amazon: si vendono più eBook che libri

Amazon: si vendono più eBook che libri | Dal Web | WinTricks.it
ebook reader



Nelle ultime settimane le vendite degli eBook hanno superato quelle dei libri cartacei, con un rapporto di 105 a 100.

Ad affermarlo è Amazon, la famosa società di commercio elettronico online, che dai primi di aprile ha visto variare a favore dei libri elettronici la proporzione di vendita rispetto a quelli stampati. Segno di una nuova tendenza dei lettori, quindi, che ora preferiscono gli eBook sia ai libri con copertina rigida sia quelli in edizione economica.

A lanciare le vendite degli eBook, triplicate nel primo periodo del 2011 rispetto al 2010, è stato probabilmente l’e-reader Kindle, prodotto dalla stessa Amazon, la cui versione sponsorizzata, dal prezzo di 114 dollari ha ottenuto un grande successo commerciale.

martedì 2 agosto 2011

WikiLeaks: Facebook ci spia

WikiLeaks: Facebook ci spia | Dal Web | WinTricks.it
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Dopo aver "lavato in pubblico i panni sporchi" dei governi di mezzo globo, Julian Assange e la sua creatura WikiLeaks si scagliano contro il social network più popolare del Web, accusandolo di essere il più grande impianto di spionaggio mai costituito prima.

Naturalmente stiamo parlando di Facebook, i cui database sono ospitati in server americani, i quali, asserisce Assange, sono perfettamente alla portata delle agenzie di intelligence statunitensi.

"Abbiamo il più vasto database sugli abitanti del globo," - ha dichiarato Assange a Russia Today - "un database che include rapporti tra gli utenti, nomi, indirizzi, luoghi e comunicazioni tra essi....tutto accessibile dall'intelligence americana."



Assange ha anche affermato che Facebook, come Google e Yahoo!, dispone di interfacce appositamente create per le agenzie investigative degli Stati Uniti, "inserendo le proprie informazioni su siti come Facebook, gli utenti stanno essenzialmente lavorando gratis per l'Intelligence".

lunedì 1 agosto 2011

Pirateria, questione di punti di vista

PI: Pirateria, questione di punti di vista
Pirateria, questione di punti di vista

Qual è la differenza tra rubare un CD da un negozio di musica o scaricarla? Secondo i signori del copyright nessuna: si tratta di furto. A pensarla diversamente alcuni studenti reclutati per una ricerca
Roma - Incessanti sono stati gli spot in televisione o prima dell'inizio di un film nelle sale cinematografiche per sensibilizzare le persone sulla questione della pirateria online. Lo spot recitava così: "Scaricare da internet film pirata è come rubare. Rubare è contro la legge. Rubare è un reato". Il tema ritorna alla ribalta e la differenza tra il furto fisico e la condivisione digitale è stata analizzata da un recente studio pubblicato sulla rivista PsychologyUniversity of Nebraska-Lincoln guidati dal professor Talia Wingrove.

Dallo studio è emerso che, nonostante le leggi, le campagne di sensibilizzazione e le pesanti multe volute e propagandate dall'industria discografica, gli studenti credono che esista una differenza tra rubare un CD da un negozio e scaricare musica o altro materiale digitale in rete. L'obiettivo della ricerca era quello di analizzare la differenza di atteggiamento, laddove esistesse, tra il rubare un qualsiasi contenuto materiale nella vita reale o effettuare il download di un album da internet o condividere musica con i compagni.

I ricercatori hanno poi classificato le reazioni degli studenti sulla base di certi deterrenti (il rischio di essere scoperti o il timore di essere puniti dalla legge), la morale (l'attività è sbagliata oppure immorale), l'influenza sociale (se le persone a loro vicine o i genitori disapprovassero il gesto), il rispetto per il settore e l'obbligo di obbedire alla legge.
Analizzando tali aspetti è emerso che il rubare un CD viene percepito come un'azione moralmente sbagliata, convenendo che sia giusto non intraprenderla sentendosi in obbligo nel rispettare la legge. Al contempo, il campione ha evidenziato che scaricare musica da Internet è percepito come un'operazione meno grave. Gli studenti si sentono molto meno scoraggiati dal furto online per il quale esiste solo in minima parte una percezione moralmente sbagliata del gesto, per cui non esiste nessuna influenza sociale contraria che spinge a desistere e di conseguenza non si avverte l'obbligo di rispettare le leggi in materia.

I risultati numerici dello studio hanno portato a concludere che tale assunto valga sia per quanto riguarda il download di contenuti digitali sia per la condivisione, esistendo per quest'ultimo fattore una base leggermente superiore. L'intero gruppo, però, non si è comportato in maniera uniforme. I ricercatori hanno osservato che non vi sono differenze significative in base all'età, alla razza, o all'anno scolastico, ma si rilevano invece in base al sesso. Secondo lo studio, infatti, la componente maschile ha mostrato un rispetto più basso per le norme in materia di pirateria in rete, dimostrando anche un minor timore nell'essere scoperti rispetto alle donne. Inoltre, una seconda differenza è rappresentata dalla famiglia di provenienza. Studenti provenienti da famiglie istruite hanno mostrato più rispetto per le norme rispetto a quelli provenienti da famiglie meno istruite.

Il professor Wingrove ha dunque spiegato che "scaricare musica illegale si differenzia significativamente dal furto tradizionale, nonostante entrambe le azioni siano da considerarsi forme di furto, per vari aspetti". Primo fra tutti il fatto che non esista un danno fisico e sia più facile sfuggire alla cattura. Anche la minaccia di azioni legali di massa da parte dell'industria del copyright non sembra dissuadere gli studenti dal download illegale. Inoltre, vi è un ampio sostegno sociale per il comportamento all'interno della comunità Internet e nei campus universitari. A tal proposito Wingrove ha sottolineato la difficoltà nel far rispettare le leggi nel settore o di trovare nuovi modi per scoraggiare il furto di tutti i tipi di contenuto digitale.

I ricercatori hanno però avvertito che i dati della ricerca provengono da un momento della storia di Internet che probabilmente influenzato le risposte degli studenti su alcuni quesiti. I dati sono stati raccolti intorno al 2005, in un momento di grandi campagne contro il file sharing. Ora la percezione potrebbe essere cambiata. "Crediamo - si legge nello studio - che questa analisi sia importante perché apre la possibilità mettere alla prova questi dati e confrontarli con future ricerche".

venerdì 22 luglio 2011

Btjunkie: bloccato l’accesso al proxy

Btjunkie: bloccato l’accesso al proxy: "Secondo atto della vicenda Btjunkie. Dopo che era stato reso noto che i provider Fastweb e Ngi sono indagati dalla magistratura per favoreggiamento per non aver inibito l'accesso al motore di ricerca Btjunkie, arriva adesso la notizia che la Guardia di Finanza di Cagliari, in attuazione di un provvedimento di urgenza disposto dal sostituto procuratore Giangiacomo Pilia, ha oscurato anche il server proxy utilizzato per raggiungere comunque dal nostro paese la piattaforma la piattaforma pirata.In particolare il nucleo di Polizia Tributaria del capoluogo sardo ha fatto oscurare proxyitalia.com, creato in Canada ma situato in Germania. Praticamente gli utenti italiani, nonostante l'inibizione posta dai provider, riuscivano ad accedere a Btjunkie dall'indirizzo proxyitalia.com/btjunkie.org. Secondo la Guardia di Finanza, il proxy sarebbe stato messo in piedi proprio per aggirare il blocco posto dalle autorità, tanto che la registrazione al dominio risale allo stesso giorno in cui il sito Btjunkie è stata disposta l'inibizione del sito nel nostro Paese


lunedì 20 giugno 2011

Contrappunti/ Verita', finzione, Wikileaks

Contrappunti/ Verita', finzione, Wikileaks

Roma - Una quota non trascurabile delle informazioni che ci raggiungono tutti i giorni sono in violazione di un qualche patto o regolamento, nei casi più gravi sono il risultato di un reato. Appartengono a questo gruppo buona parte delle informazioni che, per esempio, in questo paese, raggiungono i giornali dalle stanze dei tribunali, dalle questure, dai consessi nei quali individui molto differenti sottoscrivono un patto di riservatezza che qualcuno di loro poi, invariabilmente, viola. Queste eccezioni a patti e regole non sono opera dei giornalisti, i quali si limitano a riferire i fatti di cui vengono a conoscenza, ma restano in genere nella responsabilità di soggetti terzi, ai quali, semplicemente, i giornalisti garantiscono in cambio un livello minimo di riservatezza previsto dalla legge.

Nel caso di Wikileaks, evidentemente, questo fondamentale distinguo ha perso gran parte della sua importanza. Così durante la settimana scorsa il sito web della associazione di Julian Assange è stato preso d'assalto dagli attacchi DDoS di un singolo hacker (solo e sperduto ma nonostante questo molto efficace), Amazon Web Services (fra mille polemiche) ha interrotto il servizio di hosting a Wikileaks, il fornitore del dominio .org (altra società americana, EveryDNS) ha improvvisamente cancellato il dominio, il governo svedese ha diramato una richiesta di arresto internazionale in 130 paesi per Julian Assange, accusato di aver, in due occasioni, iniziato rapporti sessuali dotato di preservativo con partner consenzienti (tanto consenzienti da aver poi vantato le proprie avventure su Twitter e via SMS) per poi terminarli senza. E questo, tecnicamente, per la legge svedese configura il reato di stupro.

Ultima in ordine di tempo fra le aziende americane corse in soccorso alla diplomazia USA in difficoltà, Paypal ha limitato il conto online di Wikileaks impedendo a migliaia di persone in tutto il mondo di utilizzare tale piattaforma per una donazione al progetto.Cosa abbia Wikileaks di diverso da New York Times o dal Guardian che pubblicano i dispacci delle ambasciate esattamente come il sito di Assange è piuttosto evidente. Pur rappresentando un esempio di buon giornalismo il New York Times ed il Guardian, El Pais e Le Monde, fanno parte del sistema, Wikileaks no: e da questo discendono buona parte delle sue disgrazie.

Le cronache giornalistiche a margine dei cablogrammi di Wikileaks di questa settimana sono incredibili, e avrebbero bisogno di Carlo Emilio Gadda per descriverle. Ieri per esempio il sito web del Corriere della Sera raccontava che Julian Assange, ormai da tutti eletto a stupratore seriale e ricercato internazionale, si nascondeva in Gran Bretagna, che le autorità sapevano dove fosse e che le teste di cuoio stavano per tentare un blitz per arrestarlo. Le teste di cuoio scatenate per un preservativo: mancano solo gli ostaggi in banca per completare la scena di un film d'azione di quart'ordine.

Così la Internet che viene fuori dalla vicenda dei cablogrammi di Wikileaks è una Internet più triste di quello che forse sarebbe stato lecito pensare: quando il gioco si fa duro, i duri spengono Internet, in occidente esattamente come in Cina. Stessi metodi, stesso cipiglio. A poco contano i volonterosi mirror del sito abbattuto, i DNS recuperati, gli annunciati boicottaggi di Amazon e Paypal: quello che conta è che informazioni vere che nessuno è in condizione di smentire raggiungono milioni di cittadini in tutto il mondo, fuori dal filtro solito dei media, e per una volta l'ambasciator, in spregio al famoso detto, rischia di portar pena.

Il giudice La Barbera del Tribunale di Agrigento qualche giorno fa ha assolto il giornalista Fabrizio Gatti, che rischiava un anno di reclusione per aver dichiarato false generalità allo scopo di accedere al Centro temporaneo di permanenza per gli immigrati a Lampedusa per poi scriverne un articolo su L'Espresso. Il magistrato ha sancito la predominanza dell'articolo 21 della Costituzione che tutela il diritto di cronaca e di espressione non solo della stampa ma anche dei singoli cittadini.

Si tratta di una buona notizia ma resta la curiosità di capire cosa sarebbe accaduto se al posto del giornalista professionista Gatti ci fosse stato un semplice cittadino, e se al posto de L'Espresso ci fosse stato un blog letto da 10 persone. La Rete oggi non chiede generalità, titoli o cartellini a chi decide di esprimere il proprio pensiero, e le discussioni USA di questi giorni sul fatto che Wikileaks debba o non debba essere considerato parte integrante del sistema dei media raccontano la grande ansia di controllo di un mondo invecchiato. Le notizie sono vere o sono false e discernere le une dalle altre (in Rete come sui media) spesso è la vera complicazione. Quelle di Wikileaks sono vere, e per noi lettori tanto basta. Tutto il resto è uno spiacevole contorno molto potente al quale oggi, per una volta, non è chiaro se la rete Internet sarà in grado di far fronte.

Massimo Mantellini
Manteblog

L'inganno delle stampanti di Troia

L'inganno delle stampanti di Troia:

Con questo tipo di attacchi, che secondo Secure Network Technologies di recente sta prendendo piede, l'espressione "cavallo di Troia" torna a essere davvero aderente all'episodio che l'ha generata.

Non si tratta più, infatti, semplicemente di software illecito che si maschera da software lecito, ma di un accesso fisico all'interno delle strutture che si vogliono attaccare.

La teoria è semplice, ma richiede un po' di coraggio e capacità d'improvvisazione per essere messa in pratica.

Il primo passo consiste nel presentarsi all'azienda bersaglio con l'aspetto di un fornitore di apparecchiature IT e convincere chi di dovere a prendere in prova una stampante, eventualmente da acquistare se il test dovesse andare a buon fine

A quel punto si installerà detta stampante che, proprio come il vero cavallo di Troia, all'interno nasconderà l'esercito nemico: un dispositivo da collegare alla rete e al quale si potrà accedere da remoto una volta lasciato l'edificio.

Nessuno fa caso al numero di cavi che arrivano a una stampante, specie se questa si trova in uno di quei mobili costruiti apposta: ecco quindi che il dispositivo nascosto potrà restare in posizione senza essere notato.

Nei casi peggiori basta un cavo solo: la stampante è modificata in maniera tale da fornire la connessione all'apparecchio celato al suo interno tramite il solo cavo che la collega alla LAN.

Compiuta questa operazione si potrà portare comodamente a termine da remoto la compromissione della rete e persino rimuovere la stampante alla fine del periodo di prova: la città sarà ormai stata espugnata.

Security Network spiega che un attacco di questo tipo non è, fortunatamente, molto comune, eppure ultimamente si stanno verificando diversi casi: i responsabili delle reti farebbero bene a controllare che cosa c'è collegato ai loro sistemi.


Avast trasforma la pirateria in un'occasione di marketing

Avast trasforma la pirateria in un'occasione di marketing: "

Avast, il famoso sviluppatore di soluzioni antivirus ed antimalware, ha messo in campo un'iniziativa fuori dai classici schemi. Nelle scorse settimane, i tecnici della società hanno scoperto che una licenza multipla venduta ad un cliente aziendale dello stato dell'Arizona (USA) era stata immessa nei canali peer-to-peer ed utilizzata, oggi, da quasi 775.000 utenti. La licenza originale prevedeva la possibile di installare il prodotto di Avast solamente su 14 computer ma il file di licenza è stato scaricato tramite i circuiti P2P ed utilizzato da centinaia di migliaia di persone, senza averne titolo. La società ceca, piuttosto che invalidare i codici di licenza, ha preferito mettersi alla finestra ed osservare l'evoluzione dello scenario.

'Lo stesso codice di licenza (di Avast Pro, n.d.r.)', hanno spiegato i portavoce di Avast, 'è stato utilizzato in più di 200 nazioni ed è stato impiegato anche su due sistemi della Città del Vaticano."

Avast ha pensato di trasformare l'accaduto in un'opportunità di marketing: a tutti gli utenti delle versioni pirata della versione "Pro" del suo software antivirus, la società ha così deciso di esporre una finestra popup ricordando all'utente l'illiceità della licenza e proponendo i link per il download della versione gratuita del programma o l'acquisto della versione più completa.

Lyle Frink, uno dei portavoce di Avast, ha aggiunto che alcuni utenti si sono già convertiti mentre all'azienda dell'Arizona sono già stati sostituiti i codici di licenza dell'applicazione ricordando loro di mantenerli al sicuro.

Lampi di Cassandra/ Una stampa veramente libera

Lampi di Cassandra/ Una stampa veramente libera:

Lampi di Cassandra/ Una stampa veramente libera

di M. Calamari - Il re è nudo, e a dirlo meglio di tutti è un editoriale di Wired USA. Una riflessione su Wikileaks, una lezione per tutti i giornalisti del mondo

Roma - "Una stampa veramente libera - libera dalle preoccupazioni del nazionalismo - pare sia un problema terrificante per i governi eletti come lo è per le tirannie." No, non è farina del sacco di Cassandra, ma sono le parole che da tempo volevo leggere nel lavoro di un giornalista.
Questa frase da me così a lungo cercata nella stampa di mezzo mondo, chiara, forte, senza compromessi, è la frase di apertura dell'editoriale di Evan Hansen, direttore di Wired (edizione americana, ovviamente), uscita pochi minuti fa.

Nell'articolo c'è tutto, ed a parte il roboante titolo "Perché Wikileaks è una buona cosa per l'America", esaurisce completamente l'argomento per qualsiasi paese al mondo, inclusa l'Italia.
Rende chiaro e lampante che il Re è nudo, che certi giochi sono troppo sporchi per sponsorizzarli, anche solo timidamente, senza lordarsi le mani.

Sono le parole di una voce scomoda che si prende rischi (siamo negli States) per risvegliare coscienze troppo a lungo assopite o peggio, colpevolmente silenziose.
Insegna il mestiere ai giornalisti di casa nostra, spesso piccoli e grigi ma contemporaneamente saccenti e vanitosi.Una lezione perfetta per chi, come Cassandra, non aveva saputo trovare le parole giuste, ed ancor di più per una categoria che ormai davvero stenta a trovare una ragione virtuosa per la propria esistenza.

Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari

mercoledì 1 giugno 2011

Skype installa adware non richiesto

Skype installa adware non richiesto:

Bradley Wint, di Blog Technical, è stato il primo ad accorgersi del recente comportamento anomalo di Skype.

Dopo l'acquisizione da parte di Microsoft, infatti, il programma ha iniziato ad installare, ad insaputa degli utenti, dei componenti non richiesti e non necessari, principalmente adware come EasiBits Go.

Il software non è dannoso, ma invadente e non richiesto, diversi utenti stanno protestando sui forum di supporto di Skype e la compagnia ha diramato un comunicato nel quale si legge che il componente è parte dello Skype Extras Manager, presente sulle versioni Windows dal 2006 e da questo ora disabilitato perchè forniva procedure di installazione e disinstallazione errate.

EasyBits è una compagnia che realizza un buon numero di giochi ed è supportata da diversi grandi brand, incluso HP, Dell, Acer e Skype. La procedura per la rimozione del componente è alquanto complessa e consta di diversi passi:

  • Disabilitare e rimuovere, tramite il menu Opzioni di Skype, l'accesso per applicazioni di terze parti al file "easybitsgo.exe"
  • Rimuovere il programma EasyBits Go attraverso il pannello di disinstallazione dei programmi
  • Uscire da Skype ed assicurarsi che il processo "Skype.exe" non sia presente nella lista dei processi in esecuzione nel Task Manager (se spuntato, disabilitare temporaneamente l'autoavvio di Skype all'avvio di Windows)
  • Riavviare Windows
  • Una volta riavviato aprire la cartella C:\ProgramData o C:\Documents and Settings\All Users\Application Data e rimuovere la cartella EasyBits Go
  • Rimuovere le eventuali scorciatoie presenti nel menu Start
  • Se si hanno sufficienti competenze, entrare nel registro di sistema e, nella sezione HKEY_CURRENT_USER\Software rimuovere completamente la cartella EasyBits Go
  • Aprire la cartella Windows\Prefetch e rimuovere il file EASYBITSGO.EXE-364DAFD6.pf cercare e rimuovere anche la libreria dinamica ezPMUtils.dll
  • Su Windows 7, rimuovere anche la cartella "go" presente nella directory Users > [Vostro Nome Utente] >AppData > Roaming

Buona disinstallazione.


Ruby, record robotico col cubo

Ruby, record robotico col cubo:

Roma - È stato costruito dagli studenti dell'Università di Swinburne (Australia) il robot più veloce nel risolvere il cubo di Rubik. La macchina, ribatezzata Ruby, è riuscita a sistemare correttamente tutte le facce del cubo nel tempo record di 10,18 secondi, battendo il precedente primato che si attestava sui 18,2 secondi.

Il robot è stato assemblato da sei studenti di Ingegneria come progetto finale di un corso. Ruby lavora scansionando tutte le facce del cubo attraverso un webcam per poi applicare un algoritmo di risoluzione eseguito a tempo di record. (CS)

Il buco con l'informazione intorno

Il buco con l'informazione intorno:

Il buco con l'informazione intorno

Un esperto in sicurezza informatica ha reso nota l'intera procedura per leggere gratis le edizioni digitali dei più svariati quotidiani italiani. Tutto partendo dall'aggiramento de i meccanismi di acquisto in-app di Apple

Roma - A lanciare l'allarme era stato un filmato apparso tra le pagine di Over Security, blog italiano specializzato in sicurezza informatica. Poco più di 6 minuti per dimostrare come fosse possibile leggere gratis le edizioni elettroniche dei più svariati quotidiani del Belpaese, aggirando le metodologie di acquisto in-app previste da Apple su iPad o altri dispositivi basati su iOS.

Una dimostrazione piuttosto eloquente - datata 27 novembre 2010 - realizzata dall'esperto Andrea Draghetti per incentivare gli sviluppatori a migliorare le loro applicazioni, progettando "con maggiore accuratezza le infrastrutture di Rete". Allo scopo di tutelare gli ovvi interessi dei vari editori, lo stesso Draghetti aveva deciso di non mostrare al pubblico l'intera procedura per l'aggiramento dei meccanismi noti come in-app purchase.

"La procedura affligge i principali quotidiani e riviste - ha ora spiegato Draghetti in un recente intervento sul blog Over Security - I soggetti interessati nella full disclosure sono stati preventivamente informati tramite email, tramite i canali online del settore Apple e sui loro canali Twitter". L'esperto ha infatti rivelato nel dettaglio la procedura da lui stesso adottata per leggere gratuitamente le versioni digitali di La Repubblica o del Corriere della Sera."Dopo un'attenta analisi dei pacchetti di rete ricevuti ed inviati (packet sniffer) da ogni singola applicazione è possibile determinare la fonte dei quotidiani o riviste - ha spiegato l'esperto nel suo intervento - successivamente è possibile accedere direttamente da Safari o da qualsiasi altro browser al contenuto desiderato, digitando un semplice indirizzo web, evitando il pagamento tramite in-app purchase del contributo richiesto dall'editore".

Come noto, le pagine dei quotidiani per iPad sono generalmente in formato PDF, spesso non adeguatamente protette con una password a livello di URL. "Per aggirare il pagamento dovremmo pertanto risalire all'URL del nostro contenuto e accederci direttamente da Safari o da un comune browser", ha aggiunto Draghetti. Quasi una ventina i quotidiani affetti dalla vulnerabilità, tra cui la Gazzetta dello Sport e Il Messaggero.

"La vulnerabilità può essere utilizzata ricorsivamente senza interagire giornalmente con il PC - ha aggiunto l'esperto - in quando vedremo che gli URL utilizzati sono sempre i medesimi con l'unica differenza che cambia la data in esso contenuta. Basterà sostituire ANNO, MESE, GIORNO con i valori interessati per ottenere il quotidiano desiderato, senza l'ausilio di alcun software Proxy o Sniffer".

Sul blog Over Security è dunque stata pubblicata una serie di link che permettono la visualizzazione gratuita delle edizioni digitali per iPad. Pare che i gruppi editoriali in questione abbiano subito provveduto a risolvere la falla, dal momento che molti dei collegamenti proposti da Over Security rimandano a messaggi d'errore o di blocco. Di certo un sistema con le URL in chiaro è meno tecnologico di quanto ci si potrebbe attendere da un paywall dell'anno domini 2011.

Mauro Vecchio

martedì 10 maggio 2011

Google News, condanna belga

Google News, condanna belga: "Gli editori contrari alla visibilita' indesiderata dell'aggregatore di notizie di Mountain View si aggiudicano anche il secondo round. L'effetto immediato e' quello di rinunciare a 30 per cento del loro traffico"

Roma - La corte d'appello di Bruxelles ha confermato la condanna inflitta a Google News per la visibilità indesiderata cui ha sottoposto gli editori locali riuniti in CopiePresse.

La prima condanna per l'aggregatore di notizie di Mountain da parte della giustizia belga risale al 2007: in seguito alle proteste degli editori di lingua francese e tedesca riuniti nel gruppo CopiePresse, a Google era stata inflitta una multa da un milione di euro per ogni giorno di ritardo nel rimuovere i link che indirizzavano, offrendo dunque una gratuita pubblicità alla loro visualizzazione, ai siti degli editori denuncianti.

Alla decisione di prima istanza Google aveva naturalmente fatto appello, chiamando in causa l'istituto giuridico dell'uso legittimo dei contenuti protetti da proprietà intellettuale, il diritto al link e il fatto che agli editori bastasse far richiesta di rimozione direttamente a Mountain View (che nel frattempo ha messo a disposizione strumenti agevolati per questa richiesta) per non far più parte del suo cerchio di notizie aggregate, oppure renderle non raggiungibili agli spider di Google con soluzioni tecniche come robots.txt.
Il giudice gli ha dato nuovamente torto, anche se ha ridotto la multa da 1 milione a 25mila euro per giorno di ritardo nel rimuovere i link ai giornali dei querelanti.Google sta pensando ora ad un possibile ricorso in Cassazione.

Nel frattempo gli editori hanno rilanciato e depositato una nuova denuncia in cui chiedono danni tra i 32,8 e i 49,2 milioni di euro per i loro articoli illecitamente indicizzati e archiviati in cache di Google a partire da aprile 2001 e comparsi su Google News dal 2006.

Anche, dunque, se è passato poco più di un decennio dai primi fatti chiamati in causa, gli editori del gruppo Copiepresse sembrano sempre decisi ad opporsi a Google News non comprendendo i vantaggi che comporta per il traffico verso le loro pagine.
Secondo uno studio condotto dal Pew Research Center, per esempio, Google sarebbe responsabile in media del 30 per cento del traffico totale dei maggiori siti di notizie, con Google News a rappresentare il maggior volano di utenti. Facebook, o meglio i suggerimenti, gli "I Like" e i link condivisi in bacheca dai propri amici sarebbe invece responsabile di circa il 3 per cento del traffico. Percentuale che per alcuni siti arriva all'8 per cento.

Foxconn fa promettere ai dipendenti di non suicidarsi

Foxconn fa promettere ai dipendenti di non suicidarsi: "News - La controversa azienda cinese avrebbe fatto firmare un documento in cui i lavoratori giurano di non suicidarsi.
L'azienda cinese Foxconn, che produce componenti elettronici per diversi giganti del settore (tra cui Apple), è tristemente famosa per le terribili condizioni alle quali costringe i proprio lavoratori.

Nel corso degli ultimi anni - ossia da quando il caso è emerso - Foxconn ha promesso di intervenire per migliorare la situazione, riportando a livelli umani il trattamento dei dipendenti.

Secondo l'ultimo rapporto del Centre for Research on Multinational Corporations and Students & Scholars Against Corporate Misbehaviour, però, le cose non stanno proprio così.

Il Sacom ha infatti rivelato diverse situazioni inumane, come l'abitudine di prolungare gli straordinari in modo eccessivo (il limite legale è di 36 ore al mese, a Foxconn si arriva a 98), lasciare un giorno libero ogni 13 per soddisfare le alte richieste del mercato, umiliare pubblicamente di fronte ai colleghi i lavoratori poco produttivi.

Uno dei dipendenti ha confessato di essere stato costretto a firmare una "confessione" per aver usato illecitamente un asciugacapelli all'interno del dormitorio, dove stanno fino a 24 persone: »È colpa mia» - si legge - «Non mi asciugherà mai più i capelli nella mia stanza. Ho fatto qualcosa di sbagliato. Non lo farò mai più».

Ma la pratica più folle è quella decisa dall'azienda per porre un freno all'ondata di suicidi che era emersa qualche tempo fa, suicidi causati proprio dalle condizioni di lavoro disumane.

L'estate scorsa Foxconn avrebbe spinto i propri dipendenti a firmare un documento in cui promettevano che non si sarebbero suicidati, giurando che «avrebbero amato le proprie vite».


Francia: Google non ha violato le norme sul copyright

Francia: Google non ha violato le norme sul copyright: "Google ha ottenuto, in territorio francese, quella che viene considerata una grande vittoria legale. La società fondata dal duo Page-Brin è stata assolta dalle accuse di aver facilitato la diffusione di materiale protetto dalle leggi sul diritto d'autore e pubblicato sul web, da parte di terzi, senza averne l'autorizzazione.

La vertenza fu avviata ad aprile 2010 da parte di SNEP, organizzazione che si occupa della tutela del copyright, che sosteneva come Google fosse tenuta ad effettuare un'attività di filtraggio su termini quali 'torrent', 'RapidShare' e 'MegaUpload', all'interno del proprio motore di ricerca. La tesi di SNEP si basava sull'osservazione che tali servizi e siti web sono spesso utilizzati, oggi, per veicolare - in modo illecito - materiale protetto dalla normativa a tutela del diritto d'autore.

Una corte d'appello parigina, dopo il parere avverso a SNEP già emesso in primo grado, ha sentenziato che Google non può essere forzata a mettere in campo un'attività di filtraggio dei contenuti. I giudici d'Oltralpe hanno stabilito che la mera presentazione di alcuni termini nelle pagine che espongono all'utente i risultati delle sue ricerche non implica che, necessariamente, possa seguire un'infrazione delle leggi sul copyright. Inoltre, ha spiegato la corte, siti web come RapidShare o MegaUpload possono essere sì sfruttati per distribuire materiale informatico od audiovisivo senza averne i diritti. Purtuttavia, tali servizi sono impiegati anche per scambiare oggetti software assolutamente legittimi. Ne consegue che RapidShare, MegaUpload e simili non possono essere ritenuti, di per sé, illegali.
La sentenza da poco emessa, inoltre, vuole rimarcare come SNEP non possa ritenere Google responsabile per le attività eventualmente poste in essere, in tempi successivi, da parte degli utenti del motore di ricerca.

Il giudice ha poi osservato come Google abbia, di sua sponte, iniziato a filtrare alcuni suggerimenti proposti automaticamente dagli utenti per mezzo della funzionalità "Suggest" (ved. anche questi nostri articoli in merito). Tale operazione, tuttavia, sempre secondo il giudice, non rappresenta una sorta di ammissione di responsabilità.

Il caso si è quindi chiuso con una vittoria per Google mentre SNEP è stata condannata a versione una somma pari a 5.000 Euro a risarcimento delle spese legali sostenute.

Assange: Facebook vi spia per conto del governo

Assange: Facebook vi spia per conto del governo: "News - Il social network non sarebbe altro che un enorme database manovrato dall'intelligence americana.

Assange Facebook macchina spionaggio CIA

«Facebook è la più spaventosa macchina di spionaggio mai inventata»: per Julian Assange, fondatore di Wikilekas, l'esistenza del social network in blu è la più grande minaccia alla privacy mai esistita.

Secondo Assange Facebook è un graditissimo dono ai servizi segreti americani, che si trovano così tra le mani «La più grande banca dati mondiale sui cittadini, sulle loro amicizie, i loro nomi, i loro indirizzi, la loro localizzazione e le loro comunicazioni, i loro parenti, tutto pronto».

Immettendo i propri dai nella creatura di Zuckerberg, dunque, milioni di utenti non farebbero altro che seguire il gioco della CIA.

Anzi, a volerla dire tutta Facebook non sarebbe che la punta dell'iceberg: «Facebook, Google, Yahoo, tutte queste organizzazioni Usa hanno costruito una interfaccia per l'intelligence Usa».

Quest'ultima non gestirebbe direttamente tutte queste piattaforme, naturalmente, ma avrebbe mezzi di persuasione molto convincenti per ottenere i dati che gli utenti ingenuamente affidano loro, pensando di essere al sicuro solo perché esistono le impostazioni sulla privacy.

«Tutti dovrebbero capire» - ha aggiunto Assange, il cui livore qualcuno spiega con il mancato posto quale Uomo dell'Anno 2010 - «che, quando aggiungono i loro amici su Facebook stanno lavorando gratis per le agenzie di intelligence USA, formando questa banca dati per loro».

Ovviamente il social network non è rimasto silenzioso ad ascoltare le accuse, rispondendo di non aver creato alcuna interfaccia per facilitare l'accesso alle informazioni degli utenti da parte delle forze dell'ordine (un'altra delle affermazioni di Assange) e spiegando che devono invece riempire un form per ogni richiesta.

Ognuna viene poi valutata singolarmente da un team apposito, e Facebook decide se accondiscendere o negare il permesso.

Inoltre Facebook ha spiegato di non cedere alle "persuasioni" dell'intelligence, come suggerito da Assange, ma solo alle ordinanze dei tribunali.


Sony: tutta colpa di Anonymous

Sony: tutta colpa di Anonymous: "Disertata l'audizione al Congresso, arrivano le accuse al gruppo di hacktivisti. Continua la linea dura dell'azienda, che si scontra con l'irritazione dei Rappresentanti e le critiche degli addetti ai lavori"

Roma - Sony ha rifiutato di comparire all'audizione al Congresso cui era stata invitata per discutere dell'attacco informatico subito che ha messo a rischio i dati personali e finanziari di milioni di utenti del suo PlayStation Network (PSN). La giapponese, d'altronde, ha individuato il vero nemico: Anonymous.

Sony ha deciso di rispondere solo con una lettera alla richiesta di chiarimenti dei rappresentanti statunitensi: in essa si definisce "la vittima" di un "attacco informatico largamente pianificato, frutto di competenze criminali e professioni altamente qualificate" e indirizzato a rubare i dati personali per scopi illegali.

Oltre all'attacco vero e proprio, infatti, l'azienda avrebbe subito un DDoS che avrebbe svolto il ruolo di specchietto per le allodole in grado di tener impegnato tutto il suo team di sicurezza, mentre altri cracker si infiltravano nel sistema e provvedevano alle operazioni di estrazione dei dati.Dietro questa orchestrata azione, d'altronde, non vi sarebbero gli ultimi arrivati, ma un gruppo già assorto agli onori della cronaca come Anonymous: un file con la funzione di "biglietto da visita digitale" sarebbe stato lasciato sul luogo informatico del delitto. Su di esso il motto del gruppo di hacktivisti: "We Are Legion". Anonymous aveva peraltro già minacciato proteste contro l'azienda giapponese in seguito alle sue azioni contro l'hacker GeoHot, portato in tribunale per il jailbreak di PS3 conseguente alla cancellazione dell'opzione per installare SO diversi da quello originale sulla console.

Questo, e il documento con il motto, sarebbero per Sony una prova sufficiente del coinvolgimento del gruppo: ammette peraltro che il DDoS e l'attacco vero e proprio potrebbero aver coinciso tempisticamente senza che per forza il gruppo di hacktivisti abbia partecipato anche al furto di dati. Insomma o cospiratori o loro stessi sfruttati, sarebbero per Sony in ogni caso complici.

Anonymous però, a differenza delle altre occasioni in cui ha agito, questa volta non ha rivendicato alcunché, ma anzi con diversi canali e da ultimo con un comunicato ufficiale afferma la sua estraneità ai fatti.

Tuttavia la situazione di Sony sembra solo destinata a peggiorare: si allarga, per esempio, la finestra di tempo fra la scoperta dell'attacco (il 20 aprile) e l'allarme lanciato (il 26). Tanto che, secondo alcuni osservatori, sarebbero passati 6 giorni tra l'una e l'altro: tempo in cui di fatto i dati erano alla più completa mercé dei malintenzionati. Oltretutto il 22 Sony aveva provveduto a tranquillizzare gli utenti affermando che non mancava nulla.

Il fatto di non aver presieduto alla convocazione congressuale, poi, ha certamente contribuito a gettare ombre sull'azienda e a infuriare il Congresso, che la ritiene un'assenza ingiustificata: "Sony ha detto di essere troppo impegnata con le sue analisi - ha detto il presidente del sottocomitato responsabile della riunione Mary Bono Mack - ma cosa dire dei milioni di consumatori che sono come canne al vento a causa di questi attacchi? Loro hanno diritto di una risposta diretta e io sono determinata a dargliene una..."

A chiedere informazioni è anche il procuratore generale di New York Eric Schneiderman, che ha depositato un subpoena con cui chiede a Sony le misure adottate a tutela della sicurezza dei dati degli utenti.

Intanto si scatena la guerra degli esperti intorno alla supposta mancanza di difese all'altezza da parte di Sony: secondo il professor Gene Spafford il sistema giapponese era debole e PSN girava su server Apache "privi di delle patch necessarie e senza firewall installati", tutte vulnerabilità da tempo conosciute e dibattute in forum frequentati anche da impiegati Sony.

Contrappunti/ L'importanza di chiamarsi Internet

di M. Mantellini - La caduta di Aruba come esempio del ruolo della Rete. Perché da quanto successo dobbiamo imparare tutti: prima di tutto su come guadagnarsi una giusta e meritata credibilità

Roma - La crisi occorsa nella settimana scorsa ai server di Aruba, che ospita circa un milione e mezzo di domini della rete italiana, è interessante anche al di fuori delle molte questioni squisitamente tecniche che sottende. I fatti sono noti: un incendio nella web-farm del provider di Arezzo ha causato il più grande black-out informatico della rete italiana, che ha coinvolto migliaia di siti web di varia importanza, servizi a pagamento come la PEC, servizi di posta elettronica ecc. Il disservizio si è protratto per molte ore anche se non c'è stata alcuna perdita di dati.

La prima considerazione non tecnica che vale la pena fare è che la forza e la stabilità della Rete risiedono da sempre nella sua natura distribuita mentre oggi, un po' in tutto il mondo, assistiamo a fenomeni di diffusa concentrazione dei servizi nelle mani di pochi soggetti. Il down della posta elettronica di Google diventa importante e di risonanza mondiale proprio in relazione al numero impressionante di utenti che lo utilizzano, un incendio in una web-farm aretina diventa una notizia significativa e centrale in funzione delle migliaia di utenti che l'azienda ha saputo concentrare negli anni e che si trovano tutti assieme ed improvvisamente tagliati fuori dal servizio. Il tema tecnico a margine di questi fenomeni di iperconcentrazione è quello che, con l'aumentare del numero dei clienti, dovrebbero crescere in maniera esponenziale anche le ridondanze e i meccanismi di sicurezza e recupero offerti; il tema sociologico invece potrebbe essere che affidare tutta la propria presenza online ad un singolo soggetto dovrebbe essere considerata sempre e comunque una cattiva idea.

Il secondo aspetto da tener presente mi pare essere quello della distanza che esiste fra la percezione della vita di Rete e quella della vita reale. Aruba è un provider che ha basato sulla grande economicità delle offerte il proprio successo. È vero che un po' in tutto il mondo i servizi di hosting/housing hanno visto scendere in maniera sensibile i propri costi, ma si tratta spesso di servizi forniti da provider d'oltreoceano e in questi casi la barriera linguistica è una discriminante forte. Nonostante questo non è possibile fare di tutta l'erba un fascio e non è possibile mettere sullo stesso piano i disservizi della PEC con il down di alcune ore di un piccolo sito web personale pagato 3 euro al mese. Da questo punto di vista molte delle previste minacce delle associazioni dei consumatori, che intendono rivalersi nei confronti di Aruba, sono ridicole e piuttosto rappresentative di un certo modo di fare. Il Codacons, per esempio, prima ancora di aver capito quali sarebbero stati i reali termini del problema, si precipitava ad annunciare una class action contro Aruba, dimostrando un tempismo ed una superficialità che vale la pena sottolineare.

Il terzo aspetto è squisitamente comunicativo. Subito dopo l'incendio Aruba si è trovata nella impossibilità di comunicare con la propria clientela, visto che tutti i canali soliti erano stati interessanti dallo spegnimento delle apparecchiature. Che una azienda che maneggia bit non avesse immaginato per tempo uno strumento fatto di bit - fra i tantissimi disponibili - per comunicare con i propri clienti in simili emergenze è di per se abbastanza esplicativo di una certa sottovalutazione. Ad Arezzo hanno comunque rimediato nel giro di poche ore aprendo un account su Twitter attraverso il quale dare le prime frammentarie informazioni sulla situazione.

Lo diciamo spesso: Internet non è la vita reale. E se anche lo fosse - e sempre più spesso lo è - capita che i termini delle questioni che la riguardano vengano ribaltati in nome di una presunta infallibilità dei bit. Se negli uffici postali della nostra città siamo sottoposti a due ore di fila per pagare un bollettino, ciò rientra in una inevitabile deriva nazionale contro la quale niente e nessuno può nulla da decenni: se il sito dell'Onorevole Formigoni resta spento per alcune ore per un incendio nella farm del suo provider, ecco che ci troviamo di fronte ad un gravissimo episodio capace di incrinare gli equilibri democratici della nazione. Lo stesso se la nostra casella postale resta muta per qualche tempo o se il nostro blog non può essere aggiornato per mezza giornata, creando grave nocumento ai nostri dieci lettori.

Allo stesso tempo, proprio perché Internet è ormai parte integrante della nostra vita, sottovalutazioni ed eccessive superficialità non possono essere tollerate e chi si propone come mediatore della nostra vita digitale, deve avere e saper mostrare le carte in regola per farlo. Per esempio nei giorni scorsi il Congresso americano ha chiesto spiegazioni a Sony, la cui rete di giochi online Playstation Network è al centro da giorni di gravi intrusioni da parte di cracker che si sarebbero anche impadroniti dei dati degli utenti. Possiamo archiviare tutto con uno sbadiglio affermando che tanto in fondo si tratta di un network per ragazzini?

Evidentemente non possiamo. C'è un filo sottile, fatto di bit, che separa comportamenti ed azioni, responsabilità e diritti. Separare ridicole pretese da importanti rivendicazioni è il primo passo per districarsi dentro le nostre nuove vite collegate.

03/05/11

venerdì 6 maggio 2011

Tim Berners-Lee: salvate il web dai social network

Tim Berners-Lee: salvate il web dai social network: E’ destinato sicuramente a far discutere l’articolo di Tim Berners-Lee pubblicato su Scientific American, il cui titolo “Long Live The Web, A Call for Continued open Standards and Neutrality” (Lunga vita al web, un appello per gli standard e la net neutrality) suona un po’ come un grido d’allarme contro il carattere sempre più chiuso e settario del web nell’era 2.0.
Il ragionamento del fondatore del World Wide Web è che lo spirito egualitario del web di condivisione universale delle informazioni con chiunque, in ogni parte del mondo, sia messo a rischio proprio da quelle community, come i social network, che invece di promuovere la libera comunicazione tra gli individui, li rinchiudono in tanti “walled garden” separando le informazioni che essi postano dal resto dei dati che circolano su Internet. Se a ciò si aggiunge il tentativo da parte degli internet provider di boicottare la net neutrality, creando siti di seria A e di serie B in termini di velocità di accesso, e i controlli che i governi di qualsiasi estrazione, cercano di imprimere a Internet, il rischio è che il web si frammenti prima o poi in una serie di isole separate, perdendo quella connotazione globale e universale che l’ha fatto crescere e diventare lo strumento oggi in uso nelle nostre vite quotidiane.

Placebo in ascensore, al semaforo e in ufficio

Placebo in ascensore, al semaforo e in ufficio: "News - Per tranquillizzare le persone basta concedere loro l'illusione del controllo.

L'effetto placebo ha in sé un che di meraviglioso: una sostanza innocua può avere un effetto benefico sull'organismo, perché il paziente si aspetta che la "medicina" funzioni.

Lo stesso principio funziona anche in altri campi. Per esempio non molti sanno che i pulsanti per la chiusura immediata delle porte presenti in diversi ascensori spesso sono fasulli e hanno l'unico scopo di tranquillizzare gli utenti impazienti.

Già nel 2003 la Otis aveva confermato che tali pulsanti funzionano per lo più solo se l'ascensore si trova in una speciale modalità di funzionamento cui sanno come accedere i tecnici e i pompieri per le emergenze.

I semafori si comportano ormai come gli ascensori: i pulsanti per l'attraversamento pedonale, che in teoria dovrebbero sveltire l'arrivo del verde, nella maggior parte dei casi non funzionano e non per via di un guasto.

A New York è stato il municipio a decidere la disattivazione di più di 2.500 pulsanti (su 3.250 totali) già alla fine degli anni '80 con l'arrivo dei primi sistemi computerizzati di monitoraggio e gestione del traffico, che regolano la durata del "rosso" in base alle condizioni delle strade.

Eppure i pedoni continuano a premere i pulsanti, a volte chiedendosi se funzionino per davvero oppure no, e la città si guarda bene dal rimuoverli, constatando come contribuiscano a mantenere calmi i pedoni.

C'è infine la questione degli uffici. Spesso la gestione della temperatura (riscaldamento e condizionamento) è centralizzata e chi ha in carico la manutenzione del sistema si trova sovente bersaglio di chiamate multiple perché fa troppo caldo o troppo freddo.

Sistemare termostati che consentano di regolare la temperatura in ogni ufficio è una soluzione, ma ha lo svantaggio di rappresentare un costo a volte non indifferente per le modifiche necessarie agli impianti.

È molto più semplice ed efficace installare un termostato finto: Richard Dawson, tecnico e installatore americano, conferma che per porre fine alle chiamate non c'è niente di meglio che concedere l'illusione del controllo.

"Alla fine ti stanchi di avere a che fare con tutti loro" - spiega Dawson, parlando dei dipendenti scontenti del clima - "e alla fine di affidi a un termostato fasullo. E che succede? Smettono di chiamarti".

18/1010