martedì 10 maggio 2011

Google News, condanna belga

Google News, condanna belga: "Gli editori contrari alla visibilita' indesiderata dell'aggregatore di notizie di Mountain View si aggiudicano anche il secondo round. L'effetto immediato e' quello di rinunciare a 30 per cento del loro traffico"

Roma - La corte d'appello di Bruxelles ha confermato la condanna inflitta a Google News per la visibilità indesiderata cui ha sottoposto gli editori locali riuniti in CopiePresse.

La prima condanna per l'aggregatore di notizie di Mountain da parte della giustizia belga risale al 2007: in seguito alle proteste degli editori di lingua francese e tedesca riuniti nel gruppo CopiePresse, a Google era stata inflitta una multa da un milione di euro per ogni giorno di ritardo nel rimuovere i link che indirizzavano, offrendo dunque una gratuita pubblicità alla loro visualizzazione, ai siti degli editori denuncianti.

Alla decisione di prima istanza Google aveva naturalmente fatto appello, chiamando in causa l'istituto giuridico dell'uso legittimo dei contenuti protetti da proprietà intellettuale, il diritto al link e il fatto che agli editori bastasse far richiesta di rimozione direttamente a Mountain View (che nel frattempo ha messo a disposizione strumenti agevolati per questa richiesta) per non far più parte del suo cerchio di notizie aggregate, oppure renderle non raggiungibili agli spider di Google con soluzioni tecniche come robots.txt.
Il giudice gli ha dato nuovamente torto, anche se ha ridotto la multa da 1 milione a 25mila euro per giorno di ritardo nel rimuovere i link ai giornali dei querelanti.Google sta pensando ora ad un possibile ricorso in Cassazione.

Nel frattempo gli editori hanno rilanciato e depositato una nuova denuncia in cui chiedono danni tra i 32,8 e i 49,2 milioni di euro per i loro articoli illecitamente indicizzati e archiviati in cache di Google a partire da aprile 2001 e comparsi su Google News dal 2006.

Anche, dunque, se è passato poco più di un decennio dai primi fatti chiamati in causa, gli editori del gruppo Copiepresse sembrano sempre decisi ad opporsi a Google News non comprendendo i vantaggi che comporta per il traffico verso le loro pagine.
Secondo uno studio condotto dal Pew Research Center, per esempio, Google sarebbe responsabile in media del 30 per cento del traffico totale dei maggiori siti di notizie, con Google News a rappresentare il maggior volano di utenti. Facebook, o meglio i suggerimenti, gli "I Like" e i link condivisi in bacheca dai propri amici sarebbe invece responsabile di circa il 3 per cento del traffico. Percentuale che per alcuni siti arriva all'8 per cento.

Foxconn fa promettere ai dipendenti di non suicidarsi

Foxconn fa promettere ai dipendenti di non suicidarsi: "News - La controversa azienda cinese avrebbe fatto firmare un documento in cui i lavoratori giurano di non suicidarsi.
L'azienda cinese Foxconn, che produce componenti elettronici per diversi giganti del settore (tra cui Apple), è tristemente famosa per le terribili condizioni alle quali costringe i proprio lavoratori.

Nel corso degli ultimi anni - ossia da quando il caso è emerso - Foxconn ha promesso di intervenire per migliorare la situazione, riportando a livelli umani il trattamento dei dipendenti.

Secondo l'ultimo rapporto del Centre for Research on Multinational Corporations and Students & Scholars Against Corporate Misbehaviour, però, le cose non stanno proprio così.

Il Sacom ha infatti rivelato diverse situazioni inumane, come l'abitudine di prolungare gli straordinari in modo eccessivo (il limite legale è di 36 ore al mese, a Foxconn si arriva a 98), lasciare un giorno libero ogni 13 per soddisfare le alte richieste del mercato, umiliare pubblicamente di fronte ai colleghi i lavoratori poco produttivi.

Uno dei dipendenti ha confessato di essere stato costretto a firmare una "confessione" per aver usato illecitamente un asciugacapelli all'interno del dormitorio, dove stanno fino a 24 persone: »È colpa mia» - si legge - «Non mi asciugherà mai più i capelli nella mia stanza. Ho fatto qualcosa di sbagliato. Non lo farò mai più».

Ma la pratica più folle è quella decisa dall'azienda per porre un freno all'ondata di suicidi che era emersa qualche tempo fa, suicidi causati proprio dalle condizioni di lavoro disumane.

L'estate scorsa Foxconn avrebbe spinto i propri dipendenti a firmare un documento in cui promettevano che non si sarebbero suicidati, giurando che «avrebbero amato le proprie vite».


Francia: Google non ha violato le norme sul copyright

Francia: Google non ha violato le norme sul copyright: "Google ha ottenuto, in territorio francese, quella che viene considerata una grande vittoria legale. La società fondata dal duo Page-Brin è stata assolta dalle accuse di aver facilitato la diffusione di materiale protetto dalle leggi sul diritto d'autore e pubblicato sul web, da parte di terzi, senza averne l'autorizzazione.

La vertenza fu avviata ad aprile 2010 da parte di SNEP, organizzazione che si occupa della tutela del copyright, che sosteneva come Google fosse tenuta ad effettuare un'attività di filtraggio su termini quali 'torrent', 'RapidShare' e 'MegaUpload', all'interno del proprio motore di ricerca. La tesi di SNEP si basava sull'osservazione che tali servizi e siti web sono spesso utilizzati, oggi, per veicolare - in modo illecito - materiale protetto dalla normativa a tutela del diritto d'autore.

Una corte d'appello parigina, dopo il parere avverso a SNEP già emesso in primo grado, ha sentenziato che Google non può essere forzata a mettere in campo un'attività di filtraggio dei contenuti. I giudici d'Oltralpe hanno stabilito che la mera presentazione di alcuni termini nelle pagine che espongono all'utente i risultati delle sue ricerche non implica che, necessariamente, possa seguire un'infrazione delle leggi sul copyright. Inoltre, ha spiegato la corte, siti web come RapidShare o MegaUpload possono essere sì sfruttati per distribuire materiale informatico od audiovisivo senza averne i diritti. Purtuttavia, tali servizi sono impiegati anche per scambiare oggetti software assolutamente legittimi. Ne consegue che RapidShare, MegaUpload e simili non possono essere ritenuti, di per sé, illegali.
La sentenza da poco emessa, inoltre, vuole rimarcare come SNEP non possa ritenere Google responsabile per le attività eventualmente poste in essere, in tempi successivi, da parte degli utenti del motore di ricerca.

Il giudice ha poi osservato come Google abbia, di sua sponte, iniziato a filtrare alcuni suggerimenti proposti automaticamente dagli utenti per mezzo della funzionalità "Suggest" (ved. anche questi nostri articoli in merito). Tale operazione, tuttavia, sempre secondo il giudice, non rappresenta una sorta di ammissione di responsabilità.

Il caso si è quindi chiuso con una vittoria per Google mentre SNEP è stata condannata a versione una somma pari a 5.000 Euro a risarcimento delle spese legali sostenute.

Assange: Facebook vi spia per conto del governo

Assange: Facebook vi spia per conto del governo: "News - Il social network non sarebbe altro che un enorme database manovrato dall'intelligence americana.

Assange Facebook macchina spionaggio CIA

«Facebook è la più spaventosa macchina di spionaggio mai inventata»: per Julian Assange, fondatore di Wikilekas, l'esistenza del social network in blu è la più grande minaccia alla privacy mai esistita.

Secondo Assange Facebook è un graditissimo dono ai servizi segreti americani, che si trovano così tra le mani «La più grande banca dati mondiale sui cittadini, sulle loro amicizie, i loro nomi, i loro indirizzi, la loro localizzazione e le loro comunicazioni, i loro parenti, tutto pronto».

Immettendo i propri dai nella creatura di Zuckerberg, dunque, milioni di utenti non farebbero altro che seguire il gioco della CIA.

Anzi, a volerla dire tutta Facebook non sarebbe che la punta dell'iceberg: «Facebook, Google, Yahoo, tutte queste organizzazioni Usa hanno costruito una interfaccia per l'intelligence Usa».

Quest'ultima non gestirebbe direttamente tutte queste piattaforme, naturalmente, ma avrebbe mezzi di persuasione molto convincenti per ottenere i dati che gli utenti ingenuamente affidano loro, pensando di essere al sicuro solo perché esistono le impostazioni sulla privacy.

«Tutti dovrebbero capire» - ha aggiunto Assange, il cui livore qualcuno spiega con il mancato posto quale Uomo dell'Anno 2010 - «che, quando aggiungono i loro amici su Facebook stanno lavorando gratis per le agenzie di intelligence USA, formando questa banca dati per loro».

Ovviamente il social network non è rimasto silenzioso ad ascoltare le accuse, rispondendo di non aver creato alcuna interfaccia per facilitare l'accesso alle informazioni degli utenti da parte delle forze dell'ordine (un'altra delle affermazioni di Assange) e spiegando che devono invece riempire un form per ogni richiesta.

Ognuna viene poi valutata singolarmente da un team apposito, e Facebook decide se accondiscendere o negare il permesso.

Inoltre Facebook ha spiegato di non cedere alle "persuasioni" dell'intelligence, come suggerito da Assange, ma solo alle ordinanze dei tribunali.


Sony: tutta colpa di Anonymous

Sony: tutta colpa di Anonymous: "Disertata l'audizione al Congresso, arrivano le accuse al gruppo di hacktivisti. Continua la linea dura dell'azienda, che si scontra con l'irritazione dei Rappresentanti e le critiche degli addetti ai lavori"

Roma - Sony ha rifiutato di comparire all'audizione al Congresso cui era stata invitata per discutere dell'attacco informatico subito che ha messo a rischio i dati personali e finanziari di milioni di utenti del suo PlayStation Network (PSN). La giapponese, d'altronde, ha individuato il vero nemico: Anonymous.

Sony ha deciso di rispondere solo con una lettera alla richiesta di chiarimenti dei rappresentanti statunitensi: in essa si definisce "la vittima" di un "attacco informatico largamente pianificato, frutto di competenze criminali e professioni altamente qualificate" e indirizzato a rubare i dati personali per scopi illegali.

Oltre all'attacco vero e proprio, infatti, l'azienda avrebbe subito un DDoS che avrebbe svolto il ruolo di specchietto per le allodole in grado di tener impegnato tutto il suo team di sicurezza, mentre altri cracker si infiltravano nel sistema e provvedevano alle operazioni di estrazione dei dati.Dietro questa orchestrata azione, d'altronde, non vi sarebbero gli ultimi arrivati, ma un gruppo già assorto agli onori della cronaca come Anonymous: un file con la funzione di "biglietto da visita digitale" sarebbe stato lasciato sul luogo informatico del delitto. Su di esso il motto del gruppo di hacktivisti: "We Are Legion". Anonymous aveva peraltro già minacciato proteste contro l'azienda giapponese in seguito alle sue azioni contro l'hacker GeoHot, portato in tribunale per il jailbreak di PS3 conseguente alla cancellazione dell'opzione per installare SO diversi da quello originale sulla console.

Questo, e il documento con il motto, sarebbero per Sony una prova sufficiente del coinvolgimento del gruppo: ammette peraltro che il DDoS e l'attacco vero e proprio potrebbero aver coinciso tempisticamente senza che per forza il gruppo di hacktivisti abbia partecipato anche al furto di dati. Insomma o cospiratori o loro stessi sfruttati, sarebbero per Sony in ogni caso complici.

Anonymous però, a differenza delle altre occasioni in cui ha agito, questa volta non ha rivendicato alcunché, ma anzi con diversi canali e da ultimo con un comunicato ufficiale afferma la sua estraneità ai fatti.

Tuttavia la situazione di Sony sembra solo destinata a peggiorare: si allarga, per esempio, la finestra di tempo fra la scoperta dell'attacco (il 20 aprile) e l'allarme lanciato (il 26). Tanto che, secondo alcuni osservatori, sarebbero passati 6 giorni tra l'una e l'altro: tempo in cui di fatto i dati erano alla più completa mercé dei malintenzionati. Oltretutto il 22 Sony aveva provveduto a tranquillizzare gli utenti affermando che non mancava nulla.

Il fatto di non aver presieduto alla convocazione congressuale, poi, ha certamente contribuito a gettare ombre sull'azienda e a infuriare il Congresso, che la ritiene un'assenza ingiustificata: "Sony ha detto di essere troppo impegnata con le sue analisi - ha detto il presidente del sottocomitato responsabile della riunione Mary Bono Mack - ma cosa dire dei milioni di consumatori che sono come canne al vento a causa di questi attacchi? Loro hanno diritto di una risposta diretta e io sono determinata a dargliene una..."

A chiedere informazioni è anche il procuratore generale di New York Eric Schneiderman, che ha depositato un subpoena con cui chiede a Sony le misure adottate a tutela della sicurezza dei dati degli utenti.

Intanto si scatena la guerra degli esperti intorno alla supposta mancanza di difese all'altezza da parte di Sony: secondo il professor Gene Spafford il sistema giapponese era debole e PSN girava su server Apache "privi di delle patch necessarie e senza firewall installati", tutte vulnerabilità da tempo conosciute e dibattute in forum frequentati anche da impiegati Sony.

Contrappunti/ L'importanza di chiamarsi Internet

di M. Mantellini - La caduta di Aruba come esempio del ruolo della Rete. Perché da quanto successo dobbiamo imparare tutti: prima di tutto su come guadagnarsi una giusta e meritata credibilità

Roma - La crisi occorsa nella settimana scorsa ai server di Aruba, che ospita circa un milione e mezzo di domini della rete italiana, è interessante anche al di fuori delle molte questioni squisitamente tecniche che sottende. I fatti sono noti: un incendio nella web-farm del provider di Arezzo ha causato il più grande black-out informatico della rete italiana, che ha coinvolto migliaia di siti web di varia importanza, servizi a pagamento come la PEC, servizi di posta elettronica ecc. Il disservizio si è protratto per molte ore anche se non c'è stata alcuna perdita di dati.

La prima considerazione non tecnica che vale la pena fare è che la forza e la stabilità della Rete risiedono da sempre nella sua natura distribuita mentre oggi, un po' in tutto il mondo, assistiamo a fenomeni di diffusa concentrazione dei servizi nelle mani di pochi soggetti. Il down della posta elettronica di Google diventa importante e di risonanza mondiale proprio in relazione al numero impressionante di utenti che lo utilizzano, un incendio in una web-farm aretina diventa una notizia significativa e centrale in funzione delle migliaia di utenti che l'azienda ha saputo concentrare negli anni e che si trovano tutti assieme ed improvvisamente tagliati fuori dal servizio. Il tema tecnico a margine di questi fenomeni di iperconcentrazione è quello che, con l'aumentare del numero dei clienti, dovrebbero crescere in maniera esponenziale anche le ridondanze e i meccanismi di sicurezza e recupero offerti; il tema sociologico invece potrebbe essere che affidare tutta la propria presenza online ad un singolo soggetto dovrebbe essere considerata sempre e comunque una cattiva idea.

Il secondo aspetto da tener presente mi pare essere quello della distanza che esiste fra la percezione della vita di Rete e quella della vita reale. Aruba è un provider che ha basato sulla grande economicità delle offerte il proprio successo. È vero che un po' in tutto il mondo i servizi di hosting/housing hanno visto scendere in maniera sensibile i propri costi, ma si tratta spesso di servizi forniti da provider d'oltreoceano e in questi casi la barriera linguistica è una discriminante forte. Nonostante questo non è possibile fare di tutta l'erba un fascio e non è possibile mettere sullo stesso piano i disservizi della PEC con il down di alcune ore di un piccolo sito web personale pagato 3 euro al mese. Da questo punto di vista molte delle previste minacce delle associazioni dei consumatori, che intendono rivalersi nei confronti di Aruba, sono ridicole e piuttosto rappresentative di un certo modo di fare. Il Codacons, per esempio, prima ancora di aver capito quali sarebbero stati i reali termini del problema, si precipitava ad annunciare una class action contro Aruba, dimostrando un tempismo ed una superficialità che vale la pena sottolineare.

Il terzo aspetto è squisitamente comunicativo. Subito dopo l'incendio Aruba si è trovata nella impossibilità di comunicare con la propria clientela, visto che tutti i canali soliti erano stati interessanti dallo spegnimento delle apparecchiature. Che una azienda che maneggia bit non avesse immaginato per tempo uno strumento fatto di bit - fra i tantissimi disponibili - per comunicare con i propri clienti in simili emergenze è di per se abbastanza esplicativo di una certa sottovalutazione. Ad Arezzo hanno comunque rimediato nel giro di poche ore aprendo un account su Twitter attraverso il quale dare le prime frammentarie informazioni sulla situazione.

Lo diciamo spesso: Internet non è la vita reale. E se anche lo fosse - e sempre più spesso lo è - capita che i termini delle questioni che la riguardano vengano ribaltati in nome di una presunta infallibilità dei bit. Se negli uffici postali della nostra città siamo sottoposti a due ore di fila per pagare un bollettino, ciò rientra in una inevitabile deriva nazionale contro la quale niente e nessuno può nulla da decenni: se il sito dell'Onorevole Formigoni resta spento per alcune ore per un incendio nella farm del suo provider, ecco che ci troviamo di fronte ad un gravissimo episodio capace di incrinare gli equilibri democratici della nazione. Lo stesso se la nostra casella postale resta muta per qualche tempo o se il nostro blog non può essere aggiornato per mezza giornata, creando grave nocumento ai nostri dieci lettori.

Allo stesso tempo, proprio perché Internet è ormai parte integrante della nostra vita, sottovalutazioni ed eccessive superficialità non possono essere tollerate e chi si propone come mediatore della nostra vita digitale, deve avere e saper mostrare le carte in regola per farlo. Per esempio nei giorni scorsi il Congresso americano ha chiesto spiegazioni a Sony, la cui rete di giochi online Playstation Network è al centro da giorni di gravi intrusioni da parte di cracker che si sarebbero anche impadroniti dei dati degli utenti. Possiamo archiviare tutto con uno sbadiglio affermando che tanto in fondo si tratta di un network per ragazzini?

Evidentemente non possiamo. C'è un filo sottile, fatto di bit, che separa comportamenti ed azioni, responsabilità e diritti. Separare ridicole pretese da importanti rivendicazioni è il primo passo per districarsi dentro le nostre nuove vite collegate.

03/05/11

venerdì 6 maggio 2011

Tim Berners-Lee: salvate il web dai social network

Tim Berners-Lee: salvate il web dai social network: E’ destinato sicuramente a far discutere l’articolo di Tim Berners-Lee pubblicato su Scientific American, il cui titolo “Long Live The Web, A Call for Continued open Standards and Neutrality” (Lunga vita al web, un appello per gli standard e la net neutrality) suona un po’ come un grido d’allarme contro il carattere sempre più chiuso e settario del web nell’era 2.0.
Il ragionamento del fondatore del World Wide Web è che lo spirito egualitario del web di condivisione universale delle informazioni con chiunque, in ogni parte del mondo, sia messo a rischio proprio da quelle community, come i social network, che invece di promuovere la libera comunicazione tra gli individui, li rinchiudono in tanti “walled garden” separando le informazioni che essi postano dal resto dei dati che circolano su Internet. Se a ciò si aggiunge il tentativo da parte degli internet provider di boicottare la net neutrality, creando siti di seria A e di serie B in termini di velocità di accesso, e i controlli che i governi di qualsiasi estrazione, cercano di imprimere a Internet, il rischio è che il web si frammenti prima o poi in una serie di isole separate, perdendo quella connotazione globale e universale che l’ha fatto crescere e diventare lo strumento oggi in uso nelle nostre vite quotidiane.

Placebo in ascensore, al semaforo e in ufficio

Placebo in ascensore, al semaforo e in ufficio: "News - Per tranquillizzare le persone basta concedere loro l'illusione del controllo.

L'effetto placebo ha in sé un che di meraviglioso: una sostanza innocua può avere un effetto benefico sull'organismo, perché il paziente si aspetta che la "medicina" funzioni.

Lo stesso principio funziona anche in altri campi. Per esempio non molti sanno che i pulsanti per la chiusura immediata delle porte presenti in diversi ascensori spesso sono fasulli e hanno l'unico scopo di tranquillizzare gli utenti impazienti.

Già nel 2003 la Otis aveva confermato che tali pulsanti funzionano per lo più solo se l'ascensore si trova in una speciale modalità di funzionamento cui sanno come accedere i tecnici e i pompieri per le emergenze.

I semafori si comportano ormai come gli ascensori: i pulsanti per l'attraversamento pedonale, che in teoria dovrebbero sveltire l'arrivo del verde, nella maggior parte dei casi non funzionano e non per via di un guasto.

A New York è stato il municipio a decidere la disattivazione di più di 2.500 pulsanti (su 3.250 totali) già alla fine degli anni '80 con l'arrivo dei primi sistemi computerizzati di monitoraggio e gestione del traffico, che regolano la durata del "rosso" in base alle condizioni delle strade.

Eppure i pedoni continuano a premere i pulsanti, a volte chiedendosi se funzionino per davvero oppure no, e la città si guarda bene dal rimuoverli, constatando come contribuiscano a mantenere calmi i pedoni.

C'è infine la questione degli uffici. Spesso la gestione della temperatura (riscaldamento e condizionamento) è centralizzata e chi ha in carico la manutenzione del sistema si trova sovente bersaglio di chiamate multiple perché fa troppo caldo o troppo freddo.

Sistemare termostati che consentano di regolare la temperatura in ogni ufficio è una soluzione, ma ha lo svantaggio di rappresentare un costo a volte non indifferente per le modifiche necessarie agli impianti.

È molto più semplice ed efficace installare un termostato finto: Richard Dawson, tecnico e installatore americano, conferma che per porre fine alle chiamate non c'è niente di meglio che concedere l'illusione del controllo.

"Alla fine ti stanchi di avere a che fare con tutti loro" - spiega Dawson, parlando dei dipendenti scontenti del clima - "e alla fine di affidi a un termostato fasullo. E che succede? Smettono di chiamarti".

18/1010