È stato raggiunto tra Amazon, Apple, Google, HP, Microsoft e RIM: gli utenti dovranno essere informati su come le app accedono ed eventualmente utilizzano i dati personali sui loro device.
È un accordo importante, dopo le polemiche dei giorni scorsi, quello raggiunto e sottoscritto nella giornata di ieri e che vede protagonisti sei tra i maggiori player del mondo dell'elettronica di consumo.
Amazon, Apple, Google, HP, Microsoft e RIM si sono impegnate a garantire un maggior rispetto della privacy e dei dati personali dei loro utenti.
Con questo obiettivo, le sei aziende, includendo nell'impegno anche i loro sviluppatori, comunicheranno in modo esplicito ai loro utenti in quale modo le applicazioni che stanno per scaricare accederanno ed eventualmente utilizzeranno i loro dati personali.
La decisione arriva dopo due settimane piuttosto calde per tutte le tematiche legate alla privacy, con pressoché tutti i principali player del mondo mobile coinvolti in indagini, analisi e polemiche.
Addirittura nei confronti di Google ci sono state azioni sia da parte dei legislatori statunitensi, sia da parte delle autorità della UE, tutte volte ad accertare se le nuove norme sulla privacy recentemente introdotte siano davvero efficaci e garantiste nei confronti degli utenti finali (vedere, ad esempio, questo nostro articolo).
Di fatto, al di là dei casi specifici, attualmente 22 delle 30 app più scaricate non hanno informazioni sulla privacy e addirittura alcune di esse hanno accesso alla rubrica dell'utente.
Dopo questo primo passo, legato alla stipula dell'accordo comune, le sei aziende dovranno entro sei mesi trovare una forma di compliance che abbracci anche i loro sviluppatori. Del resto, la posizione dei legali della California, davanti ai quali l'accordo è stato raggiunto, è chiara: sempre più spesso verranno perseguiti i comportamenti scorretti o inottemperanti alle regole di rispetto della privacy. Più che un atto di buona volontà, un obbligo.
giovedì 26 aprile 2012
Intesa in materia di privacy tra sei grandi aziende
Il fondatore di Pirate Bay e la mafia del copyright
Peter Sunde, fondatore ed ex-portavoce di The Pirate Bay, ha scritto un articolo per TorrentFreak in cui cerca di fare luce su che cosa ci sia davvero dietro la lotta alla pirateria.
Lo riportiamo integralmente nella nostra traduzione.
Due giorni fa ho letto la notizia secondo la quale The Pirate Bay sarà probabilmente bloccata nel Regno Unito. È stato deciso dalla Corte Superma, il che è divertente perché uno non si aspetta che un caso venga presentato per la prima volta proprio lì. Sembra che qualcuno abbia voluto risolvere le cose in fretta, il che basta per dar vita a domande e preoccupazioni.
Come molti di voi sapranno, una volta ero il portavoce di The Pirate Bay.
Ho lasciato il sito qualche anno fa per continuare a lavorare su Flattr e altri progetti, ma sono interessato come lo sono sempre stato alle questioni che riguardano il copyright, Internet e la censura. Continuo a seguire questi argomenti e tengo d'occhio le notizie.
Dopo aver dato una scorsa alla decisione della Corte Suprema circa il blocco di Pirate Bay nel Regno Unito, sono stato attirato dalle tattiche dell'accusa. Sembrano sapere chi gestisce il sito, ma per qualche motivo hanno deciso di non includere queste persone nel contenzioso.
Hanno messo insieme una lista di motivi, per lo più sproloqui, a proposito di quanto sia difficile trovare le persone dietro al sito. Ma lo è davvero?
Affermano ancora che io e due vecchi amici restiamo come amministratori, insieme al vecchio padrone dell'ISP che TPB aveva nel 2005. Tuttavia, hanno deciso di non includerci. (Nessuno di noi è davvero un amministratore, cosa che probabilmente sanno. In realtà, una delle persone incluse nella lista potrebbe anche non essere più in vita, sono secoli che non riusciamo a raggiungerlo).
Chi ci accusa dice di sapere quale azienda è proprietaria di TPB, ma ha deciso di non includerla nella denuncia. Chiunque abbia mai dato vita a una società sa che deve indicare un indirizzo, quindi non è poi così difficile trovare un rappresentante dell'azienda. Indirizzi e roba del genere sono sempre informazioni pubbliche.
Dunque, perché non sono inclusi? C'è una ragione più profonda che sta alla base di tutto ciò? Certo che c'è. Il loro interesse principale non è fermare TPB. Sono interessati ad adossare la responsabilità all'industria delle telecomunicazioni.Gli ISP di solito sono grandi corporation, l'industria delle telco
è, in realtà, molto più grande di qualsiasi azienda di intrattenimento.
Operano su scala globale con miliardi di utenti. Ciò significa che
hanno anche un sacco di soldi e un sacco di potenziali clienti per
l'industria dell'intrattenimento. Se le telco potessero essere indicate
come colpevoli per qualche tipo di reato, e se si dovesse sottoporre
Internet a un regime di polizia, ci sarebbero soltanto due modi
possibili per farlo.
Uno sarebbe chiudere per sempre l'attività, dato che nessuno può essere
certo che niente di illegale attraversi la propria rete. La seconda
opzione consiste nello stringere un accordo con l'industria
dell'intrattenimento.
Proprio come qualsiasi altra mafia, l'industria dell'intrattanimento
vuole i soldi del pizzo. Per evitare le cause legali, le telco dovranno
pagare. O obbligandoli a rivendere un servizio controllato
dall'industria dell'intrattenimento (come Spotify) o imponendo loro un canone mensile per ogni connessione.
La case discografiche hanno già provato a chiedere 10 dollari al mese
per ogni connessione a Internet. Ma gli altri produttori? A loro, in
realtà, non interessa questa domanda. Pornografia, film, blogger, motori
di ricerca sono tutti più grandi della musica in Internet. Quanto
saremo obbligati a pagarli?
Qualche anno fa un ISP irlandese chiamato Eircom bloccò l'accesso a TPB
da parte dei propri utenti. È stato un accordo extragiudiziale di cui
nessuno conosce i dettagli. O Eircom è stato pagato, o Eircom ha pagato.
È pura censura: Eircom ha venduto gli interessi e i diritti dei propri
utenti senza che una corte l'abbia ordinato. Per fortuna, altri ISP si
sono rifiutati di fare altrettanto.
L'industria discografica vuole davvero un caso decisivo per poter
andare a chiedere soldi dall'industria delle telecomunicazioni. Se fanno
causa a TPB non possono obbligare le telco a pagare il pizzo. Non si
tratta di salvare gli artisti: si tratta di controllare il flusso di
denaro e possedere i diritti, cosicché artisti e utenti non vadano da
nessun'altra parte.
È un'industria corrotta che va fermata!
domenica 8 aprile 2012
Il DRM non paga: l'esperimento di Louis C.K.
Successo di vendite per lo spettacolo messo in vendita via Internet senza protezioni e a prezzi bassi.
[ZEUS News - www.zeusnews.it - 17-12-2011]
È servito l'esperimento di un comico per dimostrare che proteggere le opere con le tecnologie DRM non solo è inutile, ma è addirittura peggio che lasciarle liberamente copiabili.
Il personaggio in questione è Louis C.K., il quale ha ben chiara l'utilità degli introiti prodotti dal proprio lavoro: «ogni nuova generazione di materiale che creo rappresenta le mie entrate, è come il raccolto annuale per un contadino».
Ha registrato diverse proprie esibizioni, in cui presentava materiale inedito, spendendo nel processo 170.000 dollari.
Poi ne ha spesi altri 32.000 per mettere insieme un sistema di distribuzione del materiale registrato e raccolto in un filmato al quale non ha apposto alcuna protezione anticopia, vendendo il file a 5 dollari (da versare tramite PayPal). L'articolo continua qui sotto.
Con questo sistema ha venduto 50.000 copie nelle prime 12 ore e incassato quindi 250.000 dollari, coprendo abbondantemente i costi di produzione.
Attualmente è arrivato ad aver incassato oltre 500.000 dollari, dai quali bisogna togliere la quota per PayPal, il che gli lascia un guadagno di circa 200.000 dollari («meno le tasse fanno 75,78 dollari», come scherza sul proprio sito).
«È meno di quanto avrei avuto da una grande società per lasciarle vendere lo show, ma in quel caso l'avreste pagato 20 dollari a copia. Vi avrebbero dato un video crittografato e con le limitazioni regionali, e avrebbero posseduto informazioni private su di voi, per i loro scopi» spiega Louis C.K.
«Spero davvero che la gente continui a comprarlo» - afferma ancora il comico - «così potrò avere una montagna di soldi, ma a questo punto penso che possiamo dire con certezza che l'esperimento è andato bene».